Per Alain

di Antonio Vigilante ¶ Non è facile scrivere questo articolo. Sono giorni che provo, scrivo una prima riga, la cancello, la riscrivo, la cancello nuovamente. Non è facile perché temo di non riuscire a dir bene le cose che ho da dire, ma soprattutto per un’altra ragione. Perché questo è un articolo che mai, mai avrei voluto scrivere.
Alain Goussot non c’è, dunque. Non c’è più. Un improvviso attacco di cuore lo ha ucciso il venerdì prima di Pasqua. Da ateo, devo constatare questo fatto oggettivo, e tuttavia mi rendo conto che questa constatazione non è esatta. Dire che non c’è quello che prima c’era significa considerare l’essere umano dal punto di vista della semplice presenza, per dirla con Heidegger. Ma è questo, un essere umano? E’ una cosa che prima c’è, e poi non c’è più? Non sto parlando di sopravvivenza nei termini del cattolicesimo, non mi sto chiedendo se l’anima di Alain sia viva da qualche parte. Non credo nell’anima, come non credo in mille altre cose. Mi chiedo però se si possa dire, di un essere umano, che non c’è più. Aldo Capitini parlava di compresenza, di una unità di tutti difficile da dire, difficile da pensare, eppure tangibile, eppure innegabile. Una unità che è oltre la morte, pur non essendo nulla di spiritualistico. Una unità etica, assiologica.
La prima cosa che devo dire di Alain è questa: che lui non era solo lui; che in lui c’era altro, c’era l’altro. Era questa la prima cosa che colpiva di lui. Quando parlava in pubblico, cosa che accadeva spessissimo, perché era un conferenziere apprezzato, non presentava teorie, non rappresentava il suo sapere pedagogico: raccontava storie, storie di vita. A cominciare dalla sua. E così nei libri. Ecco come conclude la prefazione a Pedagogie dell’uguaglianza: “Voglio aggiungere un pensiero per mio padre, operaio venuto dalla terra di Francia e mia madre, emigrante venuta della terra d’Italia, e per tutti gli amici lavoratori della terra del Belgio (dove sono cresciuto). Penso alle loro lotte quotidiane che continuano ad essere ovunque quelle di tante famiglie umili oggi. Penso alla loro dignità, al loro coraggio, al dono di amore, fraternità e al sentimento di giustizia che mi hanno trasmesso”. E’ qui, Alain. E’ nella sua storia di figlio di emigranti, di figlio di operai. Si notino i sostantivi: lotta, dignità, fraternità. E il verbo: trasmettere. L’impressione che avevi, parlando con Alain, era proprio questa: che lui fosse l’ultimo rappresentante di una tradizione, di una corrente umana che viene da lontano e che continuerà dopo di lui. Aveva profondità storica, per così dire. C’erano in lui le lotte degli operai, la tensione verso l’emancipazione di milioni di proletari, l’ansia di libertà, di giustizia, di uguaglianza che ha trovato una bandiera nel comunismo, ma che viene da più lontano e che sopravvive alla fine del comunismo.
Alain non ha mai smesso di definirsi comunista. Orgogliosamente. Era ben consapevole che questo avrebbe fatto scuotere il capo a molti, ma non gli importava molto. Sapeva che la pedagogia, anche quando si pretende scientifica, è in ultima analisi una cosa politica. Si tratta di lavorare, di lottare per un certo tipo di società, e di combattere un altro tipo di società. Per lui le cose erano chiare. Il capitalismo va combattuto, bisogna lottare per una società fondata sull’uguaglianza. Ma non solo. Nel testo che ho citato c’è una parola che per me è fondamentale: fraternità. Per me è la parola intorno alla quale possiamo, dobbiamo costruire una nuova politica, una terza via oltre i progetti storicamente fallimentari del capitalismo e del comunismo. Libertà, uguaglianza, fraternità. Nei tre valori della Rivoluzione francese c’è un progetto di civiltà che non si è ancora esaurito. E probabilmente per attuarlo bisogna partire proprio dalla fraternità, dal ripensamento profondo dei rapporti umani, dalla lotta alle relazioni malate, inautentiche, deformate dal dominio. Era questo il comunismo di Alain: l’assunzione consapevole di un progetto di civiltà che viene da lontano e che naturalmente trascende le tragiche degenerazioni storiche del progetto comunista. E, anche se spesso discutevamo, credo che non fosse una cosa troppo lontana dal mio anarchismo.
Per Alain la domanda pedagogica fondamentale è: come educare per realizzare una società giusta? Ed è anche la domanda da cui parte la nostra rivista, cui Alain ha contribuito in modo determinante, impegnandosi anche affinché ottenesse riconoscimento nel mondo pedagogico italiano. Non sarei sincero, se omettessi di riferire che negli ultimi tempi i rapporti con chi scrive e con la rivista si erano interrotti. La presa di distanza dall’editore, per il quale dirigeva (per un certo periodo insieme a me) la collana “Pedagogie attive”, non gli era piaciuta. Non voglio né posso discutere qui la sua scelta. Esprimo solo il mio rammarico per non aver avuto il tempo per riprendere il dialogo.
Una delle ultime volte che ci siamo visti è stato per partecipare ad un convegno a Lecce. Ho sulla mia agenda gli appunti rapidi presi mentre parlava. Ci sono i suoi temi degli ultimi anni. “Mito dell’autonomia, proprio del capitalismo. Individuo come imprenditore di sé stesso.” “La formazione come acquisizione di competenze tecniche. La scuola perde la sua missione fondamentale.” “Si applicano alla scuola categorie proprie dell’economia.” “Crisi dei rapporti transgenerazionali. Più nessuno parla di conflitto tra generazioni. Gli insegnanti e i genitori fuggono il conflitto con gli studenti.” “Per i ragazzi gli adulti non sono significativi”. “Importanza di avere qualcuno con cui scontrarsi”. Seguono altri appunti. Un silenzio particolare, film di Stefano Rulli. Class Enemy, film di Rok Bicek. Il capitalismo della seduzione, di Michel Clouscard. Sono appunti presi in treno, tornando da Lecce. Perché quando si parlava con Alain era buona cosa avere un taccuino a portata di mano, per non lasciarsi sfuggire le infinite suggestioni, i rimandi, i doni della sua vastissima cultura.
Per il viaggio di ritorno avevamo prenotato dei biglietti del treno in scompartimenti diversi, ma lui volle viaggiare insieme: la conseguenza fu che ad ogni fermata fummo costretti a spostarci per lasciare i posti ai legittimi proprietari. Il viaggio fu lungo – lui andava a Pescara, io a Siena – e ci fu modo di parlare di molte cose. Tra queste, la morte. Avendo compiuto sessant’anni, aveva diritto ad uno sconto sul biglietto ferroviario. Di qui partì la sua riflessione sull’invecchiare, sul morire. Mi colpì la serenità cui cui affrontava il tema, la serenità di una persona che, per dirla in termini junghiani, ha fatto i conti con la sua ombra e non ha nulla da rimproverare al destino. Una parte di me, ripensando a quella conversazione, ritiene che la sua morte prematura sia stata tuttavia un compimento, l’andare di una persona che è giunta alla pienezza e che, seguendo il naturale flusso delle cose e degli esseri, è entrato in quella corrente umana – la corrente dell’umanità offesa, in lotta per la dignità e la liberazione: che non è separata dal resto dell’umanità, ma ne costituisce il lievito – alla quale è stato legato per tutta la vita, alla quale apparteneva ed appartiene. Un’altra parte di me, forse regressiva, protesta, dice che no, non c’è morte che sia compimento, non c’è morte che non sia violenza. E che quel venerdì prima di Pasqua ha tolto alla cultura italiana una fondamentale voce critica: ed a me un amico, uno dei pochissimi.

Antonio Vigilante insegna Filosofia e Scienze Umane al Liceo “Piccolomini” di Siena. E’ autore di diverse pubblicazioni sulla teoria della nonviolenza e la pedagogia antiautoritaria. Il suo ultimo libro è L’educazione è pace. Scritti per una pedagogia nonviolenta (Edizioni del Rosone, Foggia 2014).


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