Le antiprincipesse siamo noi

antiprincipesse

di Mara Mundi ¶ Qual è la differenza tra una principessa e le antiprincipesse?
La prima è ripiegata su un progetto individuale: punta a compiacere il principe azzurro, che la vuole bella, indifesa e da salvare; aspira a soddisfare le aspettative della società di tipo patriarcale, che da ogni donna s’aspetta una brava moglie e una brava mamma, docile e ubbidiente.
Le antiprincipesse, invece no: vivono oltre se stesse, si slanciano verso l’esterno, hanno aspirazioni collettive, sognano di cambiare il mondo insieme agli altri, vivono da protagoniste, si ribellano ai ruoli imposti, e scrivono e coltivano la propria vita con autenticità e consapevolezza.
Non è un caso, dunque, la scelta di declinare al singolare la prima e al plurale le seconde: la principessa è più o meno stereotipata, nelle favole così come sul mercato: in attesa del principe salvatore, che arriva a ribaltare il suo destino, oppure alla ricerca del vestito o della crema o del rossetto o di mille altre mercificazioni che la facciano sentire apprezzata, accettata, ma anche erotizzata secondo l’immaginario maschile. In sostanza, è sempre omologata ed eterodiretta.
Rigorosamente al plurale è invece il titolo della collana per bambine e bambini lanciata da Chirimbote, casa editrice argentina, e pubblicata in Italia da Rapsodia Edizioni di Roma, col nome “Collezione antiprincipesse”.
Scritti da Nadia Fink e illustrati da Pitu Saá i primi due titoli usciti nel nostro Paese sono dedicati a Frida Kahlo e a Violeta Parra.
La scelta ricade dunque su delle donne realmente esistente che hanno lasciato il segno in vari campi dell’arte, in questo caso della pittura e della canzone popolare: autobiografie speciali, senza corona e senza scettro, capaci di rivoluzionare e di rivoluzionarsi.
“Vogliamo uscire un po’ dalle righe e far emergere delle […] antiprincipesse, che si sporcano costantemente le mani e combattono per affermare se stesse e quello in cui credono, anche se non possiedono un castello” (Fink 2015, 3), si legge nella presentazione del primo numero della serie, dedicato, come detto, alla nota pittrice messicana.
Colpisce già dalla prima pagina la progettazione editoriale, curata da Martín Azcurra, che propone su carta un modo interattivo di raccontare, con box per gli approfondimenti e finestre per spiegare alcune parole senza appesantire la narrazione.
Così tutte e due i titoli si aprono con l’hashtag #ciaomenevado, pronunciato da una Biancaneve, versione Disney, che s’indovina perfettamente anche se è tagliata ad altezza busto, con un lembo del gonnellone giallo ben in vista, le scarpine in tinta e il corpetto blu con tanto di maniche corte a sbuffo.
Voltata la pagina, in effetti, ci si trova in tutto un altro mondo di storia e di colori, lontano dalle disneyzzazioni morbide e rassicurati, immersi in un racconto che invece integra testo, illustrazioni a tutto campo, foto d’epoca, deviazioni ipertestuali.
Ad accompagnare il lettore c’è “il famoso cane di Frida dalle mille domande”, che attraversa l’intero libro, pone quesiti e suggerisce riflessioni, in modo da armonizzare i vari linguaggi narrativi. Alla fine si scoprirà che è un cane Xólotis, che in Messico si pensa trasporti i morti sulle spalle attraverso lo spiraglio delle nove correnti sotterranee, fino al mondo dove i defunti potranno risorgere. È un mito argentino, che collega vivi e morti, non troppo distante dal mito greco di Kore, a ricordarci, se mai ce ne fosse bisogno, che gli uomini, ad ogni latitudine, hanno le stesse paure e trovano gli stessi rimedi nella narrazione, mitica o popolare.
Per entrare subito nelle aspirazioni collettive di Frida, l’albo si apre con la scelta della pittrice di fissare la sua data di nascita nel 1910, l’anno della rivoluzione messicana ad opera dei contadini. In realtà, Frida compiva già tre anni al tempo della rivoluzione, ma ancora giovanissima aveva deciso che lei e il “nuovo Messico” erano venuti al mondo insieme.
L’eccezionalità della sua vita si fa subito sentire: a sei anni la malattia che la rese zoppa, alle medie l’orgoglio di essere ammessa tra le 35 bambine in una scuola di oltre 2000 ragazzi; il rapporto complice e forte con il padre fotografo, l’incidente sull’autobus che la costrinse a letto per molti mesi e che le provocò atroci sofferenze per il resto dei suoi giorni; la scoperta dell’arte, l’incontro con Diego Rivera, mentore iniziale e grande amore, nonostante i reciproci tradimenti.
Non fa sconti, non si autocensura questo libro, ma sa scegliere le parole giuste per dirlo, per raccontare che Frida amava anche vestirsi da uomo, che amava anche le donne, che visse fuori da ogni regola, ma che restò sempre fedele alle sue ambizioni e al suo popolo, dipingendo fino all’ultimo: “Nonostante il suo stato di salute marciò per le strade insieme ai lavoratori che chiedevano stipendi migliori” (ivi, 22). Le parole sono accompagnate da un’illustrazione che dà il senso della lotta, dell’appartenenza a un orizzonte comune e all’amore: lei sulla sedia a rotelle, Diego accanto, e dietro di loro gli operai con i cartelli non tradotti, una scelta che rafforza il senso della collaborazione transculturale delle due case editrici e consente al lettore di calarsi pienamente nel conteso: “Aumeto Ya! Basta de explotación”.
Ad impreziosire questo lavoro editoriale anche la riproduzione illustrata di alcuni quadri di Frida: Quattro abitanti del Messico (1938), Autoritratto sulla frontiera tra Messico e Stati Uniti (1932), L’abbraccio d’amore dell’universo, la terra (Messico), io, Diego e il signor Xólotl (1949), La colonna rotta (1944). È una soluzione che allena il pensiero dei giovani lettori alla riproducibilità delle opere d’arte e ad una loro diversa reinterpretazione. L’opzione di riprodurre i quadri in versione illustrata è ripresa nella parte finale del libro, nelle tre pagine dedicate alle attività: uno spazio in cui si chiede ai bambini di disegnare un autoritratto, di trasformarsi in surrealisti, scrivendo e disegnando senza pensare e senza regole, oppure di rifare a proprio modo un dipinto di Frida, un vero e proprio omaggio alla personalizzazione e all’originalità di ogni interpretazione.
La rottura con le convenzioni cristallizzate e l’incoronamento di antiprincipessa o principessa Azteca, arriva con le parole di sua nipote, che da adulta scrisse un libro in cui parlava di lei come di una donna allegra, fuori dagli schemi, che cantava sempre.
E proprio del canto imbastì la sua vita Violeta Parra, la seconda antiprincipessa della collezione, cantautrice cilena, l’antiprincipessa nomade che andò negli angoli sperduti del suo Paese, parlò con gli anziani, raccolse e registrò canzoni popolari che nessuno conosceva e le tramandò come memorie da custodire.
La narrazione procede nella stessa maniera: testo, immagini a tutta pagina, box e didascalie. Questa volta è il “famoso uccellino di Violeta dalle mille domande” a fare da trait d’union. Nata nel 1917 a San Fabián de Alico, si trasferì ben presto a Chillán con la numerosa famiglia estremamente povera. Padre professore di musica folkloristica, madre sarta, ancora bambina Violeta imparò a suonare la chitarra da autodidatta. Andò presto a Santiago a cercare lavoro e a cantare.
Il senso di chi prova ad asfaltare da sé la propria strada, senza aspettare soluzioni magiche e circostanze fortuite, è reso bene da un piccolo aneddoto, che l’autrice Nadia Fink ha deciso di valorizzare, proprio perché rende benissimo il senso di una famiglia che si stringe e prova a cercare le risorse per andare avanti: “Però, per andare in città, Violeta aveva bisogno di vestiti eleganti. E anche se non ci fu nessuna fata madrina a regalarle un bel vestito, sua mamma ebbe una brillante idea” (Fink 2016, 10).
All’episodio, piccolo ma non marginale, è dedicata un’ampia illustrazione, con i consueti tratti pieni e vivaci di Pitu Saá, che collega graficamente la mamma che cuce la gonna a Violeta, utilizzando la stoffa di una tenda, e Violeta in attesa del treno, che indossa proprio quella gonna, l’abito migliore, per iniziare il viaggio verso i suoi sogni.
Ancora una volta, però, non si tratta di aspirazioni individuali, perché Violeta vuole preservare e tramandare i canti popolari che raccontano la fatica, il sudore, l’amore, la lotta, le tradizioni della propria terra, del popolo cileno, degli ultimi e degli oppressi.
A questo ideale sacrificò anche la sua vita personale: “Ma un giorno Luis, che voleva che sua moglie restasse sempre a casa, le disse: ‘Continua pure con la tua arte, io però me ne vado via. Addio’. Lei non lo trattenne, preferì restare con la sua amica chitarra e con i suoi figli” (ivi, 14).
La sua fu una vita piena d’arte: da sola imparò a lavorare la ceramica, a ritagliare la carta, a realizzare arazzi con sacchi di iuta, a dipingere, a ricamare, a creare strutture con fili di ferro e altro materiale riciclato. Sognò, progetto e realizzò “La tenda della regina”, centro culturale in cui ospitare gruppi folkloristici e mangiare empanadas e sopraipillas preparati da lei stessa.
Condivisibile la scelta di rinviare ad un’altra storia il triste epilogo del suicidio, non perché non si sarebbero potute trovare, anche qui, le parole per dirlo, ma perché non ci sarebbe stato lo spazio necessario per introdurre un argomento così delicato e complesso. Nell’accennarlo soltanto il rischio di superficialità sarebbe stato troppo alto: una questione del genere, per un pubblico di piccoli, invece, merita un riflessione e una cura che in questa sede non sarebbero stati possibili.
Anche questo libro si chiude con le pagine delle attività, la conferma di una scelta editoriale che punta al coinvolgimento attivo delle bambine e dei bambini.
In Argentina sono già usciti altri due titoli, che presto dovrebbero arrivare anche in Italia: Juana Azurduy, un’eroina della lotta di liberazione dell’America Latina, l’antiprincipessa guerriera che ha combattuto con il marito Manuel Padilla contro i monarchici; Clarice Lispector, scrittrice, poetessa, pittrice ucraina naturalizzata brasiliana, considerata antiscrittrice, perché non amava le regole e le strutture accademiche e scriveva dove e come poteva, sui tovaglioli e sui foglietti di carta, con la macchina da scrivere o a mano mentre aiutava i figli a fare i compiti.
Quattro storie vere, dunque, quattro biografie molto diverse, per raccontare tanti modi di essere donna, fuori dagli stereotipi sessisti e dalla colonizzazione dell’immaginario maschile. Donne plurali, capaci di autodeterminarsi senza aiuti magici o cavalieri generosi.
Ma gli stereotipi di genere, si sa, colpiscono anche gli uomini, fino a poco tempo fa ingabbiati, nella letteratura per l’infanzia, così come nei sussidiari scolastici, in cliché monodimensionali: l’uomo è forte, è coraggioso, lavora fuori casa, è determinato etc…
Sono anche questi degli appiattimenti che contribuiscono a rafforzare il senso di inadeguatezza in chi vorrebbe esprimersi e realizzarsi diversamente, o semplicemente aspira ad una società meno patriarcale e sessista.
Allora, l’idea della casa editrice argentina è anche quella di proporre esempi di vita reale al maschile, lontani dai poteri dei supereroi.
Ecco allora che Chirimbote ha pensato anche alla collana Antieroi, con un titolo già uscito, dedicato allo scrittore Julio Cortázar, mentre è in cantiere un altro lavoro su Eduardo Galeano, giornalista, saggista e scrittore uruguaiano.
Non è certo il primo tentativo, questo, di proporre biografie di personaggi storici al femminile, o di contrastare gli stereotipi di genere. Un bell’esempio nell’editoria italiana per ragazzi è rappresentato dalla collana “Sirene” di El edizioni, oppure dalle case editrici Settenove, Lo Stampatello, Giralangolo, con la collana Sottosopra.
A colpire in questa novità editoriale è piuttosto il respiro internazionale, come si diceva in apertura: “Nostra grande soddisfazione è anche aver creato una collaborazione multiculturale che avvicina due paesi tanto lontani fra loro, in un mondo dove la differenza è sempre più forte”, si legge nell’introduzione al libro su Frida.
La differenza, quindi, come valore aggiunto, come diritto ad essere come si è, come si vuol essere, senza adeguarsi in modo acritico ai modelli dominanti e socialmente accettati, anche nelle forme subdole del nuovo sessismo democratico, che include la differenza per addomesticarla, risolvendosi nel doppio modello della donna super attraente oppure della donna mascolinizzata (Simone 2012).
È un meccanismo pericolosissimo, perché accetta e convalida un modo limitato per essere uomini e donne, in una polarizzazione che alimenta il senso di imbarazzo in tutte le persone che compiono scelte diverse.
Irene Biemmi, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Firenze e curatrice della collana “Sottosopra di Giralangolo”, che da sempre si occupa di temi sessisti e dell’educazione di genere (Biemmi 2012), in un recentissimo articolo pubblicato da Andersen, la rivista italiana dei libri per ragazzi, scrive in modo provocatorio: “Sappiamo bene però che gli stereotipi e i pregiudizi hanno una loro utilità sociale perché, semplificando e categorizzando la realtà, consentono un enorme risparmio cognitivo” (Biemmi 2016, 20).
Ecco, la vera scommessa di Chirimbote e Rapsodia è quella di non puntare sul risparmio energetico, ma di stimolare, incoraggiare e sostenere la produzione di nuove energie, per vivere pienamente, insieme agli altri, coltivando sogni nuovi.

Bibliografia e webgrafia

Biemmi I. (2016), Di che gender stiamo parlando?, in “Andersen”, 332.
Biemmi I. (2012), Educare alla parità. Proposte didattiche per orientare in ottica di genere, Edizioni
Conoscenza, Roma.
Fink N. (2015), Frida Kahlo, illustrata da Pitu Saá, Rapsodia edizioni, “Collezione Antiprincipesse”, Roma.
Fink N. (2016), Violeta Parra, illustrata da Pitu Saá, Rapsodia edizioni, “Collezione Antiprincipesse”, Roma.
Simone A. (a cura di) (2012), Sessismo democratico. L’uso strumentale delle donne nel neoliberismo, Mimesis Edizioni, Milano-Udine.
www.chirimbote.com.ar (ultima consultazione 5 giugno 2016)
www.rapsodiaedizioni.com (ultima consultazione 5 giugno 2016)

Mara Mundi Laureata in Scienze pedagogiche e della progettazione educativa presso l’Università degli Studi di Foggia, è giornalista pubblicista. Ha collaborato con testate nazionali e locali, occupandosi prevalentemente di temi sociali. Con Aracne ha pubblicato Angela Nanetti, artigiana di parole (2013). Presso lo stesso editore è appena uscito un libro su Danilo Dolci: Mi chiamo Danilo e faccio domande. L’attualità del progetto educativo di Dolci.


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