L’alternanza scuola lavoro è qualcosa di sinistra

alternanza
di Marilisa Cometti
Quando, nell’aprile del 2005, uscì il decreto legislativo sull’alternanza scuola lavoro, ero in procinto di chiudere la mia tesi di laurea in Lettere. Il ministro dell’Istruzione in carica all’epoca era Letizia Moratti.
Combinando questi due fattori, ovvero un’esperienza lavorativa nulla – eccetto in veste di cameriera nella pizzeria di alcuni amici – e la mia idiosincrasia per Moratti – prima ancora che diventasse sindaco di Milano, città in cui vivo – potreste avere alcune intuizioni su quale fu la mia reazione all’introduzione dell’alternanza scuola lavoro nel sistema formativo italiano. State immaginando bene: sarcasmo sull’effettiva conoscenza del ministro riguardo il lavoro, indignazione perché si osavano vendere i sacri valori della cultura all’immondo mercato, ignoranza totale dei contenuti del decreto in oggetto.
Ora, aprile 2016, undici anni dopo, con una laurea con lode in Lettere, un master e due abilitazioni all’insegnamento in tasca, dopo molti lavori diversi (quasi tutti in un settore ad alta densità di precariato come lo spettacolo) e tre anni di insegnamento, con un concorso all’orizzonte, la mia posizione sull’argomento è totalmente cambiata.
Continuo a ritenere Letizia Moratti uno dei peggiori ministri dell’Istruzione nonché il peggior sindaco di Milano, ma considero l’alternanza scuola lavoro (ASL per comodità da qui in avanti) una modalità formativa, educativa e pure didattica decisamente feconda. Non solum, sed etiam: considero l’estensione obbligatoria dell’ASL nei trienni finali dei licei (200 ore) e degli istituti tecnici e professionali (400 ore) una delle poche cose sensate sulla scuola nonché una delle poche scelte di sinistra messe in atto dal Governo Renzi.
Dopo alcuni tentennamenti iniziali e dietro una serie di insistenze decisi di entrare nella commissione ASL della mia scuola. Già l’anno scorso, insieme ad una collega, ce ne eravamo occupate, ma con scarsissimi risultati. L’ASL richiede infatti molte risorse, perché è una sorta di rivoluzione copernicana per la scuola italiana.
Infatti, sebbene le scuole superiori siano state riformate (per l’ennesima volta) già da 6 anni e l’autonomia scolastica risalga al 1999 (ovvero l’anno della mia maturità, anzi, del mio Esame di Stato, riformato per l’occasione) la scuola superiore italiana continua a funzionare come se Gentile fosse ancora ministro, sperando che nessuno si accorga della sua inadeguatezza rispetto ad un panorama sociale, economico, culturale totalmente cambiato.
Certificazione delle competenze? Attenzione al territorio? Cittadinanza attiva? Niente di tutto ciò è rilevante. Persino nell’istituto tecnico in cui insegno, che nasce come sperimentale, l’attenzione è quasi tutta rivolta ai programmi. Che non esistono più, tra l’altro.
In che cosa consiste l’ASL? E’ una modalità di realizzazione dei corsi del secondo ciclo di scuola superiore. Al di là della forma più estrema, ovvero la possibilità di assolvimento dell’obbligo o di conseguimento della qualifica in veste di studente lavoratore, consiste in una serie di attività da svolgere sia tra le mura scolastiche sia fuori dalle stesse che ha come obiettivo quello di mettere in relazione il mondo della scuola e il mondo del lavoro.
Le attività possono essere molteplici. Di obbligatorio nella legge 107/2015 è stato individuato solamente il corso per la sicurezza sul lavoro, il resto va inventato dalla scuola, come del resto tutto nella scuola dell’autonomia.
Noi, procedendo per trials and errors e seguendo le indicazioni ministeriali, dell’Ufficio Scolastico Regionale e di altre scuole con cui siamo in rete, abbiamo attivato una convenzione con un centro pubblico per l’impiego e l’orientamento per corsi sulla conoscenza di sé, la scrittura del curriculum vitae e le politiche di ricerca attiva del lavoro e un’altra con agenzia interinale per parlare di strumenti contrattuali e di Garanzia Giovani (progetto di sostegno all’occupazione giovanile). Abbiamo invitato esperti del settore a parlare in aula magna o nelle classi. Abbiamo mandato in stage più di metà degli studenti di quarta, alcuni di quinta e attivato percorsi di Impresa Formativa Simulata (IFS) con le terze. Abbiamo portato gli studenti a festival artistici e tecnologici e a mostre, proposto progetti interni simulando dinamiche di lavoro reali, siamo stati con loro in alcune aziende, stretto partnership con enti e anche con un’altra scuola per un progetto di peer education. Abbiamo selezionato le proposte serie dalle proposte inconsistenti. Ci siamo sempre rifiutate di far coprire reali posti di lavoro ai nostri studenti. Occupandoci di comunicazione visiva, ci sono arrivate richieste per lavori video, grafici o fotografici gratuitamente e senza tutor, ma non ci siamo cascate. A corollario, abbiamo girato ad ex studenti proposte di lavoro che ci arrivavano da aziende con cui collaboravamo o addirittura da ex studenti ormai inseriti. Infine, ci siamo occupati dell’orientamento post diploma con campus interni, incontri con formatori e visite agli atenei, poiché la legge 107 al comma 33 fa rientrare queste attività dentro l’ASL.
Ma per capire che cosa ci sia di sinistra in tutto questo bisogna andare oltre la lettera della legge e anche oltre le attività stesse e provare a capire lo spirito. Le obiezioni che tormentavano anche me erano: ma la scuola non è forse il luogo privilegiato in cui sperimentare senza l’assillo del mondo reale? Ma che fretta abbiamo di mandarli a lavorare? Ma non è che stiamo avallando un sistema economico (neoliberista) che mira ad abbassare i costi e ad avere personale che si pieghi facilmente alle sue richieste? Non è che stiamo cedendo ed invece di lavorare per l’educazione degli esseri umani stiamo lavorando per il sistema?
Ho avuto un insight metacognitivo sul perché stessi facendo alternanza pur avendo ancora dei dubbi al riguardo leggendo un articolo de La Repubblica sull’argomento. Una studentessa di un liceo di Cagliari si lamentava di essere stata portata dalla professoressa di chimica a visitare un’industria petrolchimica della zona. Diceva che c’era puzza, che era faticoso e poco interessante. Mi sono saltate all’occhio due cose. Una riguarda la programmazione didattica ovvero: ma il docente di storia e filosofia dove era? Non ha avuto niente da dire rispetto al lavoro in fabbrica? Non c’è niente da dire nemmeno sul problema energetico? La seconda è stata la chiara percezione che nelle parole della studentessa (e del giornalista di una testata “di sinistra”) c’era disprezzo per il lavoro, un disprezzo tale che mi sono detta: fare alternanza significa non solo far capire ai figli dei “padroni” (lo metto tra virgolette perché è ormai una parola desueta) che c’è anche gente che lavora sporcandosi, ma soprattutto significa dare ai figli degli operai (o delle cassiere) alcuni strumenti per orientarsi nel mondo del lavoro. Significa, per me, in questa scuola, schierarmi con i vinti.
Fare ASL non significa sposare acriticamente il sistema economico attuale per ciò che è. Anzi. Significa provare ad evitare che nei posti di lavoro migliori ci arrivino sempre e solo i “figli di” che un curriculum non hanno nemmeno bisogno di scriverlo, invece dei meritevoli che però un curriculum non sanno scriverlo.
Significa anche evitare che gli studenti inizino a lavorare sprovveduti come me quando a 25 entrai nel mondo del lavoro. Non avevo la più pallida idea di quale fosse la differenza tra tempo indeterminato, tempo determinato, co.co.co, partita IVA, collaborazione occasionale, ENPALS, INPS, INAIL e infatti per anni mi hanno sottopagata e sfruttata.
Significa provare a spiegare perché le consegne dei lavori e gli orari delle lezioni vanno rispettati, senza cedere alle macchinette che leggono le card e automaticamente rilevano la presenza come in un prestigioso liceo milanese, ma attraverso un’esperienza reale che li motivi un po’ di più di quanto riusciamo a fare noi docenti con le sole armi del voto e della nota.
Significa provare a costruire attorno ad un’esperienza di stage o di simulazione una capacità di autovalutare le competenze consolidate o di nuova acquisizione: in che cosa sono bravo? Che cosa mi piace fare? In che cosa posso e voglio migliorare? Come posso migliorare?
Significa interrogarsi, o perlomeno provare ad interrogarsi, come consiglio di classe su chi sono i nostri studenti e che cosa auspichiamo per loro, innanzitutto per verificare se il profilo dello studente che abbiamo scritto sul Piano Triennale dell’Offerta Formativa (PTOF) sia realistico e ci interessi davvero, o se continuino ad interessarci di più i programmi.
Significa vedere un ragazzo etichettato come DSA entusiasmarsi nel suo modo mite per uno stage come grafico e sapere che durante l’estate tornerà lì, con un piccolo contributo spese e sapere che questo è l’atto più educativo per questo ragazzo, più di qualsiasi azione dentro le mura scolastiche.
Significa anche raccontare ai ragazzi che è possibile lavorare con passione e fare impresa senza diventare come Jordan Belfort, protagonista di Wolf of Wall Street, film che loro conoscono bene perché sono andati al cinema a vederlo e che ha fatto accapponare la pelle a molti miei colleghi perché “violento, pieno di parolacce e di droga”.
Significa creare un percorso interdisciplinare tra linguaggio cinetelevisivo (materia che insegno) e storia che riguarda lo sviluppo dei diritti dei lavoratori e il rischio di involuzione. Sperando che quando verrà il loro tempo sappiano come difenderli, perché consapevoli che qualcuno li ha ottenuti per loro.
Significa lavorare su tutte le competenze chiave delineate dall’Unione Europea ed in particolare sulle ultime due ovvero spirito di iniziativa ed imprenditorialità, consapevolezza ed espressione culturale. Creare spirito di iniziativa negli studenti non significa solamente spiegare come fondare una start-up, ma soprattutto attivarli perché indaghino le loro risorse creative e abbiano strumenti per tradurle da potenza ad atto. Per continuare a dire qualcosa di sinistra, la speranza è che in futuro potranno utilizzare le risorse del sistema per capovolgere e modificare in senso più democratico e giusto il sistema stesso. Inoltre parlare di lavoro significa parlare di modello economico, di struttura di base della società. Gli studenti del triennio delle superiori sono pronti a coglierne insieme storture e potenzialità di rinnovamento, perché hanno un senso della giustizia ancora quasi intatto e una creatività che gli permette di immaginare sistemi diversi, in cui il lavoro sia attività pienamente umana e non disumana.
Non mi sembra che la nostra generazione educata a debita e decorosa distanza dal lavoro sia riuscita a evitare la deriva del sistema economico in senso neoliberista, anzi il sistema è diventato ai nostri occhi talmente trasparente che non capiamo più che cosa sia a favore dei lavoratori e che cosa no.
Ritengo infatti che la chiamata al boicottaggio e all’astensione sull’ASL da parte di alcuni sindacati sia un gesto potenzialmente suicida per chi non riconosce e non accetta acriticamente questo modello economico. Occuparsi di alternanza portando dentro l’alternanza stessa le critiche al sistema neoliberista è molto più proficuo rispetto al chiamarsene fuori. L’alternanza è una modalità didattica flessibile e che può essere modellata e usata per accrescere la consapevolezza delle criticità del sistema economico attuale, pur rimanendo nella lettera della legge. Il DPR 88 del 2010 (riordino degli istituti tecnici) cita tra gli obiettivi di apprendimento oltre alla “necessità di assumere responsabilità nel rispetto dell’etica e della deontologia professionale” la capacità di “analizzare criticamente il contributo apportato dalla scienza e dalla tecnologia allo sviluppo dei saperi e dei valori, al cambiamento delle condizioni di vita e dei modi di fruizione culturale” e la capacità di essere consapevole del valore sociale della propria attività. Obiettivi simili compaiono anche nel curricolo di licei e professionali, ed è quindi evidente come l’ASL possa essere una possibilità di lettura critica e feconda della realtà economica attuale.
Lo spazio che la legge 107 ha dedicato all’ASL è uno spazio che si può riempire di contenuti, se i docenti con contenuti chiari (e critici) avranno voglia di progettare azioni didattiche a rinforzo e sostegno e non si limiteranno a riempire le carte con le ore dedicate surrettiziamente a questo scopo. L’alternanza scuola lavoro può essere un valido aiuto per leggere, comprendere a fondo e dare senso fattuale agli articoli 1, 3 e 4 della Costituzione Italiana che dicono che “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, [e che] si assume il compito di rimuovere gli ostacoli ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese, [al fine di poter] riconosce[re] a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove[re] le condizioni che rendano effettivo questo diritto. [Perché] ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”
Per evitare di chiudere questo Pater in Gloria, segnalo le reali difficoltà di gestione di un percorso ASL ben strutturato. Innanzitutto il carico di lavoro è estremamente alto. Serve una poderosa collaborazione tra docenti, dirigenza e amministrativi per non soccombere e farsi travolgere dalla burocrazia. Il punto nodale resta però la formazione dei docenti. Far partire una riforma del genere partorita a luglio nel settembre dello stesso anno è stato o un eccesso di ottimismo o un atto di sventatezza da parte del governo (personalmente propendo per la seconda ipotesi). Altro tasto dolente: la necessità di setacciare il territorio alla ricerca di stage reali e per attivare collaborazioni con aziende è un’attività estremamente dispendiosa in termini di tempo e servirebbe un docente almeno parzialmente distaccato. Serve inoltre che tutte le attività aggiuntive siano adeguatamente retribuite.
Il resto, ovvero le critiche al sistema macro (ASL come arma del mercato e svendita dei nostri studenti) e le critiche micro (la perdita di ore e l’erosione del programma) si possono risolvere attraverso azioni di progettazione adeguata, ma soprattutto con l’impegno in prima persona nell’ASL da parte di docenti democratici e critici. Se invece lasciamo che ad occuparsi di ASL siano i colleghi per cui il sistema economico è diventato talmente trasparente da non concedere nemmeno la possibilità di criticarlo, allora avremo consegnato i nostri studenti al sistema senza immunizzazione. Né loro né noi né la società in generale ne trarranno giovamento, anzi.
Per chiudere: l’ASL sarà uno strumento di sinistra e democratico se utilizzato consapevolmente da docenti davvero di sinistra e democratici. Non ci sono scappatoie facili, per poter cambiare il sistema c’è sempre una sola strada: mettersi in gioco.

Marilisa Cometti Laureata in Lettere Moderne, insegna Linguaggio del Cinema e della Televisione in un Istituto Tecnico milanese. Dopo anni come freelance nell’audiovisivo e nello spettacolo in generale, giunge per caso all’insegnamento e ne resta folgorata. Si convince che l’educazione sia lo strumento principale per una società che sappia sognarsi (e farsi) realmente democratica e per poter continuare ad insegnare consegue due abilitazioni tramite TFA. Prova a far confluire sia nel proprio bagaglio teorico sulla didattica sia nel lavoro con gli studenti gli interessi che coltiva nel mondo esterno: creatività ed espressività artistica, recitazione, meditazione.


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