Autistici (e disabili in genere) in “gita” scolastica

nicoletti

di Paolo FasceMi permetto di premettere una precisazione che non è solo terminologica, ma che ha lo scopo di illuminare la questione mettendola nella giusta luce. Nel nostro paese non esistono le “gite scolastiche”, ma le scuole sono titolate a fornire il proprio servizio educativo e di istruzione anche avvalendosi di quelli che si chiamano più precisamente “uscite didattiche” e “viaggi d’istruzione”.

Detto questo, occorre premettere ulteriormente il fatto che in tali situazioni, la norma prevede che gli accompagnatori debbano essere uno ogni 15 alunni o frazione, più uno per ogni studente disabile. Non è sempre facile trovare insegnanti disponibili (nella secondaria di secondo grado, ad ogni nuovo arrivo, gli studenti si sincerano già nelle prime settimane, sondando il terreno) e non è neppure facile indicare gli insegnanti supplenti (cosa che sarebbe necessaria se non si vuole progettare “senza rete”), di conseguenza può capitare che famiglie di disabili rinuncino a queste opportunità perché scoprono, per le vie brevi, che manca l’insegnante che, sia chiaro, non deve essere necessariamente l’insegnante di sostegno. È parimenti spinosa la questione dei costi giacché un insegnante in più grava su questi, così come l’eventuale presenza di un educatore (sul quale, tuttavia, non insistono particolari responsabilità che restano in capo agli insegnanti accompagnatori). Può capitare che la scuola intervenga con proprie risorse, compensando queste situazioni (attingendo ad esempio dal cosiddetto “contributo volontario”), ma deve essere chiaro il fatto che la coperta è da tempo troppo corta e gli anni di proteste degli insegnanti che denunciavano i tagli avevano un fondamento. Ad esempio questo.

Prima di affrontare questa questione occorrono ancora altri elementi di conoscenza, senza i quali ogni discorso è retorica senza fondamento giacché spesso, come ricordava Luigi Einaudi, su cose serie occorre “conoscere per deliberare”.

[pullquote align=”left” cite=”” link=”” color=”#40826D” class=”” size=””]Molti insegnanti impegnati su posti di sostegno non sono specializzati.[/pullquote]

Molti insegnanti impegnati su posti di sostegno non sono specializzati. Questo avviene per diversi motivi, il primo dei quali è legato ad una carenza materiale di personale che perché sia su piazza occorre prima formare, mentre i numeri (chiusi) di tali percorsi non permettono di avere risorse umane sufficienti. Di conseguenza occupano questi posti supplenti temporanei, quindi ad alta volatilità, senza specializzazione che fanno quello che possono, come farebbe l’uomo della strada (“ingenui volenterosi”, direbbe Norberto Bottani), ma hanno un’età e un radicamento nella scuola che non permette loro di incidere, in qualche caso solo di assistere. Claudio Berretta, insegnante di sostegno, ha pubblicato un vademecum per questi colleghi. Qualche pagina di FAQ per permettere loro di sapere quello che sono e cominciare a fare qualcosa di appropriato.

[pullquote align=”left” cite=”” link=”” color=”#40826D” class=”” size=””]La cattedra mista consentirebbe di recuperare personale qualificato, specializzato, radicato.[/pullquote]

Al fine di ribaltare questa situazione tanto bizzarra (personale povero professionalmente dove dovrebbe essere maggiormente qualificato), quanto dolorosa per l’utenza, lo scrivente fa parte di un gruppo che sostiene la tesi dell’evoluzione della professionalità insegnante verso la “cattedra mista” che consentirebbe di recuperare personale qualificato, specializzato, radicato e con vocazione. Per aumentare il numero di questo tipo di personale occorrerebbe un riconoscimento economico che è stato ed è un tabù per il legittimo timore di un effetto perverso, quello della completa delega all’insegnante di sostegno che si troverebbe a lavorare in una sorta di segregazione, simulacro dell’integrazione.

Le responsabilità in capo ai docenti nei viaggi d’Istruzione, ma anche nelle semplici uscite didattiche, sono rilevanti. In una recente circolare, molto criticata, viene chiesto agli insegnanti di monitorare il mezzo, l’autista, le condizioni al contorno, cosa che ovviamente viene fatta, ma entro quadri di professionalità davvero diversificate. È bene esplicitare il fatto che a fronte di queste responsabilità, nulla è riconosciuto sul piano economico. Al contrario, nella vita professionale di un insegnante, non di rado si percepiscono critiche a coloro che si rendono disponibili. Sarebbero fannulloni o, addirittura, scrocconi. In breve, qualunque cosa un insegnante faccia, comunque sbaglia. Tina Naccarato, in un articolo su disabili.com, correttamente tuona: “Bisogna rispettare in primo luogo i sacrosanti diritti dei ragazzi, di tutti, esigerne il pieno esercizio. Senza irridere: se si pretende piena competenza, com’è giusto che sia, di deve accordare rispetto”.

Noti questi elementi essenziali, quando tutto funziona come si deve, si riescono a realizzare viaggi e uscite che sono sempre un tratto indelebile nella memoria di ciascuno di noi.

La loro progettazione talvolta è occasionale e coglie opportunità sul territorio, spesso è invece consapevole e attenta come accade, ad esempio, in un liceo genovese dove viaggi e uscite delle classi prime sono concentrati in autunno, perché, in questo modo, i ragazzi possano esperire un diverso modo di conoscersi e frequentarsi secondo modalità più sociali entro le quali è più facile costituire un sano “gruppo classe”, coeso e inclusivo.

Gianluca Nicoletti, giornalista e padre di un ragazzo con funzionamento nello spettro autistico, anche nella sua trasmissione su Radio24 sostiene spesso la necessità di avere personale “iperspecializzato”, dimenticando che troppo spesso chi fa questo mestiere neppure è “semplicemente specializzato”. Vorrebbe insegnanti specializzati sull’autismo per gli alunni autistici, specializzati sulla sindrome di down per i trisomici, sulla sordità per i sordi e così via. È difficile immaginare percorsi formativi su ciascuna disabilità (questi percorsi erano attivi, per ovvi motivi di tipo storico, per ciechi e sordi), per il semplice fatto che sono numerose e anche all’interno di ciascuna, la variabile individuale è ad ampio spettro. Nell’autismo, comprensibilmente caro a Nicoletti, abbiamo quelli ad alto funzionamento, dove il limite spesso è nelle capacità relazionali, ma anche persone con gravi deficit cognitivi, dove la comunicazione aumentativa e alternativa è utile. Gli strumenti per i primi e quelli per i secondi sono tosto diversi (cosa che già si apprende nel corso di specializzazione per l’insegnamento sul sostegno, ancor prima di frequentare un Master sull’autismo). Occorre rilevare il fatto che i percorsi di specializzazione sono annuali solo perché ereditano e validano il percorso precedente di abilitazione dove l’area trasversale è ricca. Quando l’abilitazione era erogata tramite le SSIS, la specializzazione sul sostegno arrivava a valle di 2+1 anni di studi didattici, pedagogici, psicologici, sociologici, medici e quant’altro. Oggi arriva dopo la specializzazione tramite TFA quindi bastano 2 anni. Riassumendo, gran parte degli insegnanti specializzati oggi hanno 5+2+1 anni di studi (laurea, SSIS, specializzazione sul sostegno), da qualche tempo “solo” 5+1+1 (laurea, TFA, specializzazione sul sostegno). Pare ovvio che chi abbia solo i 5 anni di laurea sia professionalmente ben altra cosa.

Sarebbe interessante leggere statistiche sulle questioni sollevate dal caso in esame, l’alunna autistica lasciata a casa dalla “gita”, e ascoltare la voce dei genitori in genere (utili le ricerche del gruppo coordinato da Carlo Lepri all’Università di Genova sulle aspettative nel progetto di vita). L’impressione è che la notizia della ragazzina autistica lasciata a casa dalla “gita” abbia fatto tanto rumore anche e soprattutto perché eccezionale. Il fatto che di questa questione si sia molto discusso, può significare, tutto sommato, che la sensibilità generale sull’argomento sia elevata, anche se, nello specifico caso, è emerso un problema che va certo affrontato. In breve, semplicemente, “fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce” perchè, occorre ricordarlo, l’inclusione scolastica nella scuola secondaria di secondo grado ha una ventina d’anni, ma nella scuola dell’obbligo ha ormai quarant’anni.

[pullquote align=”left” cite=”” link=”” color=”#40826D” class=”” size=””]Non di rado i ragazzi disabili condividono la stanza cogli insegnanti, a valle di accordi espliciti coi genitori.[/pullquote]

Nel caso che ha destato clamore, si è letto del fatto che non si è trovato un compagno di stanza tra i pari. Non di rado, invero, i ragazzi disabili condividono la stanza cogli insegnanti per varie e comprensibili ragioni, spesso a valle di accordi espliciti coi genitori e, quando possibile cogli studenti stessi.

La strada dell’inclusione sociale, infine, passa certamente dall’inclusione scolastica. È nella palestra delle difficoltà monitorate in questo contesto che esplodono problemi che formano le persone. Studenti, genitori, insegnanti che si confrontano con questi temi diventano cittadini maggiormente consapevoli ed è cosa che necessita la giusta attenzione e rispetto, anche nell’itinere permanente che vede, a scuola, il succedersi di tutte le generazioni.

Nella foto: Gianluca Nicoletti, autore di Una notte ho sognato che parlavi. Così ho imparato a fare il padre di mio figlio autistico (Mondadori), con il figlio Tommy.

Paolo Fasce Direttore responsabile di Educazione Democratica è insegnante di Matematica applicata e specializzato sul sostegno, lavora presso l’I.S.I.S. “Einaudi Casaregis Galilei” di Genova dove è Animatore Digitale, già operatore del Centro Territoriale di Supporto (CTS) della provincia di Savona e supervisore di tirocinio nel corso per il sostegno presso l’Università di Genova.

 


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *