Coniugare inclusività e valore legale del titolo di studio
Dal voto alla certificazione delle competenze, anche all’esame di Stato

pfasce

 

di Paolo Fasce Quest’anno mi è capitato di fornire un testo di un compito in classe che anticipava una formula che avrei spiegato da lì a poco.

«Siano A(0;3) e B(3;6) punti sul piano cartesiano. Trova l’equazione della retta che passa per questi punti, sapendo che la formula da utilizzare è la seguente: (y-yA)/(yB-yA)=(x-xA)/(xB-xA).»

Non ci si può azzardare a chiedere cose che non siano state fatte

Volevo verificare che gli studenti fossero in grado di applicare una formula non nota a priori. Nel corso della loro vita, saranno molte più le volte che dovranno applicare formule non note (o dimenticate), piuttosto che quelle note perché a scuola non si possono certo fare tutte (e molte si dimenticano). Si applicano formule quando si pagano le tasse, ad esempio. La competenza «applicare una formula» invece è persistente, come ben sa chiunque abbia imparato a nuotare o ad andare in bicicletta. Ne è sorta una vivace polemica perché «noi non l’abbiamo fatto». Emerge quindi chiaramente il fatto che gli studenti siano i conservatori più retrivi, ma contemporaneamente come siano anche la cartina di tornasole delle didattiche reali. Siamo, in breve, nella scuola delle conoscenze dove non ci si può azzardare a chiedere cose che non siano state fatte (ancora fatte e rifatte, invero). L’epistemologia di diverse discipline non è certo teoretico speculativa e la costruzione di abilità e competenze è elemento necessario per affrontare argomenti successivi per i quali si ereditano gli strumenti acquisiti, più che le conoscenze precedenti (che, spesso, possono essere racchiuse in formule da riportare su e-fogliettini). Si pensi, ad esempio, ai «principi di equivalenza» che valgono per risolvere equazioni ad un’incognita, ma poi si riciclano in sistemi di equazioni, disequazioni a una o più variabili, sistemi di disequazioni. Riutilizzare un principio in contesti diversi, non è tanto diverso dall’applicare una formula diversa. Nel caso dei principi di equivalenza, un’abilità appresa in prima superiore è fondativa di competenze teoriche, con conseguenze molto pratiche, che mettono in gioco una combinazione di conoscenze e abilità allorquando si collochi il tema nel quadro delle funzioni invertibili la cui potenza semplificatrice è chiara se si sono fatte esperienze fondative («metti la cera, togli la cera», direbbe il maestro di Karate Kid, film di successo di qualche decennio fa). Solo se ci sono tutte, posso enunciare per scherzo il terzo principio di equivalenza scimmiottando la cantilena dei precedenti: «elevando una base positiva al primo e secondo membro di un’equazione si ottiene un’equazione equivalente alla data», perché come nel caso del primo e del secondo principio di equivalenza, si trasforma l’equazione originale in un’altra con un’operazione invertibile.

In particolare in matematica, la valutazione delle conoscenze che emergono da un compito in classe scritto è assai arbitraria. Immaginiamo che un ragazzo non sappia gestire le frazioni. L’interferenza di un compito in classe contenente solo esercizi che le vedono coinvolte è tale da rendere il compito completamente sbagliato. Tuttavia è probabile che sia giusto nel procedimento, ma costellato di errori di calcolo. Quale voto dare? La risposta è arbitraria. La sostanza è invece questa: lo studente non è in grado di gestire calcoli con le frazioni (non ha le competenze per farlo), mentre ha la competenza di inquadrare il problema proposto entro il quadro teorico corretto. Per raggiungere quella che potremmo chiamare «la sufficienza» bisognerà lavorare sul calcolo delle frazioni, non certo sul ripetere il problema dato che gli è chiaro.

In occasione di un incontro pubblico con le onorevoli Ghizzoni e Carocci svoltosi a Genova il 6/2/2016 sul tema del reclutamento e la formazione iniziale degli insegnanti, il prof. Giunio Luzzatto, in un intervento lucido e attento, sul tema del valore legale del titolo di studio, ha ricordato che è il titolo di studio ad avere valore legale, non il voto finale che, invero, è utilizzato a fini pratici, spesso di tipo concorsuale. Da qui emerge l’inutile sforzo speso nel tentativo di equilibrare le valutazioni su scala nazionale, blandamente con le prove INVALSI all’esame di Stato al termine del primo ciclo d’istruzione (che pesano per un sesto sulla valutazione finale) e, in maniera del tutto insufficiente, con le prove nazionali e i commissari esterni all’esame di Stato al termine del secondo ciclo di istruzione (quello noto come «esame di maturità»).

Il voto finale non dice nulla sulle competenze acquisite

La Costituzione Italiana impone un esame di Stato al termine di un ciclo d’istruzione che, appunto, sancisca il valore legale del titolo di studio, ma tutti sappiamo, anche per l’esistenza di enti certificatori (in particolare quelli di area linguistica, che si muovono in un quadro di competenze che ci consentono di avere un’idea chiara di cosa sia un B1 o un B2), che il voto finale gode di un effetto alone delle aspettative sociali, ma non dice nulla sulle competenze acquisite.

La proposta, quindi, è quella semplicissima di abolire una buona parte dei voti, sostituendoli con certificazioni di competenze in tutte le materie dove questo è possibile. Ad esempio: sa fare le addizioni con numeri interi entro la linea del dieci (in età adolescenziale, un probabile caso di insufficienza mentale), oppure: sa fare somme algebriche entro l’insieme Q (quindi gesisce quest’operazione anche con le frazioni).

Una qualsiasi persona in cerca di un posto di lavoro, di fronte ad un possibile datore di lavoro si sente profferire la seguente domanda: cosa sai fare? L’esame di Stato potrebbe diventare una presa d’atto di percorsi personalizzati non solo per gli studenti che non raggiungono gli «obiettivi minimi», ma per tutti, dando a ciascuno la libertà di lavorare e agire nell’area del desiderio, consolidato in un curricolo personale. Tutti potrebbero quindi conseguire un «titolo di studio», utile ai fini legali (ad esempio per i disabili, requisito per raggiungere certi posti di lavoro per i quali lo staff degli uffici fasce deboli del collocamento rilevano le competenze necessarie, ma oggi non il titolo di studio). A fianco di questo, potrebbero essere esplicitate le competenze che occorre avere raggiunto al fine del superamento di un esame di Stato per l’accesso ad una professione (ad esempio, quella di geometra, agrotecnico, perito) o all’università (sconsigliando l’iscrizione a questa o a quella, laddove non ci siano le premesse fondamentali che, tuttavia, possono essere raggiunte in un secondo tempo). In questo quadro, si può anche pensare di ridurre il percorso scolastico a dodici anni, riservandosi di erogare un tredicesimo anno compensativo, orientato al raggiungimento dei requisiti per l’iscrizione a questa o quella università, conseguendo le competenze mancanti, sempre in un percorso personalizzato e, quindi, automotivante.

Per l’immagine: http://www.pon20142020.it

 

Paolo Fasce direttore responsabile di Educazione Democratica è insegnante di Matematica applicata e specializzato sul sostegno presso l’I.S.S “Einaudi Casaregis Galilei” di Genova, operatore Centro Territoriale di Supporto (CTS) della provincia di Savona e supervisore di tirocinio nel corso per il sostegno presso l’Università di Genova.

 


One thought

  1. Vedo in questo intervento il proseguimento di ciò che da anni propongo per la scuola del primo ciclo: abolizione delle bocciature sostituite da una certificazione delle competenze precisa, con effetti concreti, ma con possibilità di recupero; abolizione dei voti sostituiti da precise indicazioni in termini di valutazione formativa.
    Indispensabili a questo punto rubriche per la valutazione autentica.
    Non avevo pensato al titolo per tutti ma potrebbe essere un’idea a cui pensare.

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