Togliamo il disturbo

P. Mastrocola, Togliamo il disturbo. Saggio sulla libertà di non studiare, Guanda, Modena 2011, pp. 280.

 

Recensione di Antonio Vigilante

 

Quando mi capita di sostituire per un’ora qualche docente in una classe che non conosco non riesco a trattenermi dallo sfogliare con una certa avidità il registro di classe, per sbirciare nella vita di quella piccola comunità e farmi una qualche idea dell’andamento delle faccende scolastiche. Se ne leggono di cose curiose, nei registri scolastici: dal docente che tra le attività indica la visione di un certo film, che però è ancora nelle sale cinematografiche ed è disponibile in dvd solo sul mercato nero della camorra, alla nota «La classe disturba la lezione», che è tragicamente frequente, ed ogni volta mi suscita quella spiacevolissima sensazione di smottamento cerebrale che in genere preferisco riservare alla questione heideggeriana sull’esserci e il nulla.  In una di queste esplorazioni mi capitò di imbattermi, in una classe dell’indirizzo professionale del mio istituto comprensivo, in una nota più strana delle altre, più o meno così concepita: «Il docente avvisa gli studenti che, se non vogliono venire a scuola, possono andare a lavorare». Non c’era nulla di strano nel messaggio, a dire il vero. L’ho sentito ripetere mille volte oralmente, ed io stesso, da studente, sono stato più volte destinatario di un simile benevolo consiglio (con addirittura l’indicazione precisa del mestiere: il poliziotto). Insolito mi sembrò che un docente giungesse a mettere nero su bianco una cosa del genere su un documento ufficiale, e ciò in una classe prima, vale a dire a studenti vincolati dall’obbligo scolastico – il che vuol dire che quello era un invito a trasgredire la legge. Osservai un po’ la classe (si lanciavano oggetti addosso, e qualcosa arrivò anche sulla cattedra) e capii lo sfogo del mio povero collega. Il quale, se non altro, aveva i dono della concisione. Tre righe sul registro, e passa la paura.

Paola Mastrocola invece per sfogarsi, dicendo esattamente le stesse cose, ha bisogno di duecentottanta pagine1. La sua tesi è che nella scuola di oggi quasi nessuno vuole più studiare; è bene, allora, che chi non vuole studiare vada a lavorare. Occorre subito precisare che il discorso di Mastrocola è limitato al liceo scientifico, la scuola in cui insegna, presa d’assalto dalla buona borghesia come scuola d’élite. Il suo discorso intende così evitare il classismo. Dice che i ragazzi della buona borghesia con scarse inclinazioni verso lo studio dovrebbero lasciare il liceo prendere la via della formazione professionale. È’ un discorso che suscita quasi simpatia, perché contesta il dogma del liceo come unica scuola possibile per la classe borghese (concessa agli altri solo se dotati di meriti e capacità particolari); né appare contestabile l’affermazione che non è il caso di insegnare a chi non vuole apprendere. Ma come mai tanti studenti non hanno voglia di studiare, nel liceo scientifico di Mastrocola? Dando fondo alle sue capacità di scrittrice, l’autrice li descrive come «un’orda» (p. 16) viziata, annoiata, distratta dal telefonino e da Internet, dalla musica e dal divertimento. Può essere che abbia ragione, e che sia questo il motivo per cui i suoi studenti non studiano. Ma può essere che il motivo sia un altro. Come insegna Mastrocola? Che scuola fa con i suoi studenti? È presto detto: «l’insegnante spiega, l’allievo studia, l’insegnante interroga e l’allievo ripete» (p. 18). Questa è la scuola di Mastrocola. Tra i suoi studenti c’è uno solo che le va a genio, Demonte. Cos’ha di speciale Demonte? Studia, dice Mastrocola; e precisa: «ripete quel che ho detto a lezione» (p. 22). Le due cose per lei coincidono. Studiare è ripetere quello che lei ha detto a lezione. La scuola è questo: ripetere quello che ha detto l’insegnante a lezione. Tutto qui.

È per caso diversa dalla scuola che fanno gli altri insegnanti? No, non lo è. È la scuola italiana, tout court. È la scuola che fanno insegnanti di destra e di sinistra, giovani e vecchi, apocalittici e integrati. Tutto il libro, in altri termini, si basa su un equivoco. Mastrocola si presenta come chi difende una certa idea di scuola contro la decadenza che vede tutt’intorno a sé. Ma il tipo di scuola che difende – la scuola della lezione e della ripetizione – è esattamente la scuola che abbiamo, e la ragione della sua decadenza è nel fatto che gli insegnanti la difendono (e spesso non sospettano nemmeno che si possa far scuola diversamente). La concezione dominante dello studio è quella che Freire chiamava depositaria, e che Mastrocola, che evidentemente ignora Freire, così sintetizza: «Studiare è questo. Aprire delle stive mentali, dove sistemare le cose» (p. 131). Stive, sistemare, cose. Le cose sono i saperi, la sistemazione dei saperi è l’apprendimento. Perché un oggetto si possa stivare occorre che abbia una conformazione, che sia come un prodotto o una merce, che sia confezionato a puntino. Il docente è semplicemente colui che smista queste merci, che le sistema passandole dal manuale alla testa dello studente. Un lavoro umile, si direbbe, ma Mastrocola non è d’accordo: esige la pedana sotto la cattedra, fa l’elogio della soggezione, stigmatizza il fatto che i docenti si facciano dare del tu. E continua l’equivoco: perché i docenti, ordinariamente, non si fanno dare del tu. La scuola democratica, aperta, orizzontale, con le sedie in circolo e la relazione simmetrica tra docente e studenti esiste solo nella fantasia, o nella malafede, di Mastrocola; così come esiste solo nella sua fantasia quella influenza decisiva di don Milani, che a suo dire impronta la nostra scuola. La sostanza della scuola è quella di sempre: le cattedre (spesso con la pedana), il docente che si fa dare del lei, la lezione frontale. Lo ammette la stessa Mastrocola: «La scuola funziona ancora così: l’insegnante fa lezione; gli allievi ascoltano, prendono appunti; a casa studiano sugli appunti e sul libro; la volta dopo l’insegnante interroga per vedere che cosa hanno studiato. Semplice. Si chiama scuola» (p. 18). È vero, funziona ancora così. Purtroppo.

(Una parentesi su don Milani. Lettera a una professoressa è un libretto di meno di duecento pagine, che si legge in un’ora. Eppure Paola Mastrocola non riesce a venirne a capo da anni. In questo libro riprende alcune grossolane idiozie espresse già in un articolo su La Stampa nel 2007. Scrive, tra le altre cose: «Com’è noto, il libro è la lettera che un ragazzino della scuola di Barbiana scrive alla sua ex professoressa delle medie» (p. 86). Noto un corno. Chi abbia letto il libro sa che non si tratta della lettera di un solo ragazzino, ma del lavoro collettivo della scuola. La cosa è chiarita nella prima pagina del libro: «A prima vista sembra scritto da un ragazzo solo. Invece gli autori siamo otto ragazzi della scuola di Barbiana. Altri nostri compagni che sono a lavorare ci hanno aiutato la domenica». Non è un dettaglio, è un particolare essenziale. Mastrocola accusa Milani, di essere all’origine «della nostra (attualissima!) riluttanza a fare grammatica» (p. 87). Chi conosce appena un po’ don Milani può comprendere l’enormità di una simile affermazione. Tutto il lavoro della scuola di Barbiana gravita intorno all’educazione linguistica, alla conquista delle parole, poiché è con le parole che i ricchi ingannano i poveri. Chiusa parentesi.)

Mentre nella scuola le cose continuano ad andare così, la società fuori è cambiata, attraverso Internet la gente ha più possibilità di esprimersi e di comunicare. Questo a Mastrocola non va giù. «Si parla. Si parla anche se non si ha niente da dire», scrive (p. 72). È chiaro, viene da pensare: bisogna parlare quando si è interrogati, e solo per ripetere la lezione. Una osservazione riguardo Internet Bookshop, una delle più note librerie on-line, aiuta a comprendere le ragioni di questo fastidio. Oggi ciascuno, dice, «entra in Internet Bookshop, per esempio, e scrive quel che gli pare su chi gli pare» (p. 81). Faccio una prova. Entro in Internet Bookshop e cerco il libro che sto recensendo. Sulla destra si apre un video di presentazione del libro. C’è Mastrocola che salta sulla cattedra come una ragazzina: non male per una docente che lamenta l’assenza di soggezione verso i docenti. Sono presenti quattordici recensioni dei lettori. Il voto medio è 2.14 su 5. Per niente bene. Alcune recensioni sono feroci stroncature. Cristiana scrive: «Che tristezza: ora capisco perché mio figlio che ha dieci in grammatica (…è molto intelligente) non sa articolare un pensiero. Deve aver incontrato delle insegnanti così: con questa voglia, quest’entusiasmo e queste indubbie capacità per il lavoro che fanno! Che Dio ce ne scampi e liberi!». E Tiziana: «Tremo all’idea dei poveri ragazzi nelle grinfie di cotanta “autrice” e peno per lei, auto-condannata a fare un lavoro di cui sente il solo disgusto, la sola inutilità». Si può comprendere il fastidio di un autore sottoposto a stroncature di questo genere. Più difficile è capire il suo stigmatizzare la libertà di critica. Gli autori di quelle recensioni sono i suoi stessi lettori. Non ha forse il diritto, un lettore, di dire la sua sul libro? E perché vende i suoi libri a tutti, Mastrocola, se non riconosce ai suoi lettori il diritto di esprimere una opinione a fine lettura? Se non li stima in grado di esprimere un parere sui suoi scritti, può vendere i suoi libri a una ristretta cerchia di intellettuali consentanei, evitando magari di pubblicizzarlo con un video buffo.

Torniamo alla tesi. Ho detto che ha un che di simpatico, nell’invitare i borghesi a fare lavori manuali. L’autrice non manca di spendere qualche parola di elogio per i mestieri manuali, per l’artigiano che sa fare il suo lavoro, che non è per nulla inferiore all’intellettuale – ragion per cui non c’è nulla di vergognoso nel mandare il proprio figlio in una scuola professionale. Bene, brava. Poi afferma, però, che gli studenti delle scuole tecniche dovrebbero essere in grado di ascoltare Mozart, di leggere le poesie di Szymborska e i romanzi di Murakami (p. 194). Il che vuol dire che dovranno ricevere una formazione umanistica. Ciò comporta due problemi. In primo luogo, ciò contraddice il principio stesso della libera scelta. Mastrocola dice: chi non vuol studiare Tasso, vada a imparare un mestiere. Poi però aggiunge che chi va a imparare un mestiere Tasso deve studiarlo lo stesso, perché altrimenti gli mancherebbe qualcosa. In secondo luogo ciò vuol dire che la cultura professionale non è autosufficiente: che al bravo fabbro manca qualcosa, se non è in grado di leggere Mozart, mentre al bravo intellettuale non manca nulla se non sa anche fare qualche lavoro di falegnameria. Eppure qualche elemento su cui riflettere all’autrice non mancava. Racconta lei stessa di aver proposto ai suoi studenti del liceo scientifico, un giorno, di fare ogni tanto degli stage per provare un lavoro artigianale. «Ho visto i loro occhi illuminarsi. Ho accolto fiumi di parole, anche da quelli che meno avevano finora dimostrato capacità di eloquio», scrive (p. 188). La conclusione che ne trae è che i suoi studenti, tutti i suoi studenti tranne evidentemente il povero Demonte, hanno sbagliato scuola: e che bene sarebbe che i genitori scegliessero fin dalla prima elementare la scuola adatta alla natura (concetto assolutamente contestabile) di loro figlio. Se ne può trarre una conclusione del tutto diversa: che la cultura materiale, il lavoro manuale sono essenziali allo sviluppo della persona non meno della cultura intellettuale, che non si può continuare a fare una scuola solo per la testa (per riempirla di prodotti culturali preconfezionali, più che allenarla a ragionare da sé) e poi meravigliarsi se essa genera noia, disaffezione, perfino rabbia. Nell’entusiasmo dei suoi studenti Mastrocola avrebbe potuto avvertire l’esigenza di una nuova scuola, capace di far comunicare le culture e le classi sociali; l’ha interpretato, invece, come dimostrazione del bisogno di separare fin da piccoli i manuali dagli intellettuali, in base alla loro presunta natura. C’è in questa conclusione qualcosa di più, e di peggio, della disarmante incompetenza pedagogica che emerge da ogni pagina di questo libro.

 

1 Duecentoventuno nella versione epub, alla quale fa riferimento l’indicazione delle pagine. 

 

 

 

 


One thought

  1. Grazie per aver lucidamente evidenziato il retropensiero di questa autrice così incoerente e classista. Mi permetto di aggiungere che la signora Mastrocola pur svolgendo il lavoro di insegnante non ha mai letto nulla di pedagogia. Non solo don Milani, ma Bruner, Dewey, Vertecchi, Dolci avrebbero il loro ben da fare nell'insegnarle l'A B C sul lavoro che sfortunatamente per i suoi studenti svolge.

    Le mie considerazioni sono molto simili a quanto è stato messo nero su bianco in queste pagine e diffido di quanto afferma nei suoi istant-book dalla pubblicazione di Una barca nel bosco. I semi di quanto espresso più compiutamente nel suo ultimo lavoro erano già evidenti in quanto fatto precedentemente.

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