Franco Basaglia e l’ansia dell’incontro
con l’Altro: l’approccio della
deistituzionalizzazione

di Alain Goussot ▪ Leggi su Calaméo ▪ PDF

 

Non si può parlare delle riflessioni italiane sull’alterità e la diversità senza affrontare l’opera «monumentale» di Franco Basaglia, opera che ha segnato la cultura psichiatrica, psicologica, pedagogica e antropologica degli anni ’60, ’70 e ’80. Il nome di Basaglia è legato alla legge 180 che nel 1978 decretò in Italia la chiusura dei manicomi, vere istituzioni totali dove avveniva l’internamento di soggetti considerati «pazzi», «devianti», luoghi che funzionavano anche come strumenti di controllo sociale sulle classi considerate pericolose.

È Basaglia che ha demolito definitivamente l’antropologia criminale dello psichiatra Cesare Lombroso che si basava su un approccio positivista e razziale. Lo psichiatra torinese spiegava nei suoi testi fondamentali – L’uomo delinquente , Gli anarchici e La donna delinquente – che, fondamentalmente, si nasce «deviante» e che, nonostante l’influenza dei fattori sociali, le caratteristiche somatiche influiscono in modo determinante sul comportamento dell’essere umano. Secondo Lombroso gli «atteggiamenti delinquenti» vengono trasmessi ereditariamente, esattamente come i tratti somatici, attraverso quello che chiamava appunto «atavismo sociale». Nello stesso modo considerava i rivoluzionari e gli anarchici (da Marat a Bakunin) dei «devianti», profondamente malati e determinati dalla loro conformazione cranica. Questo stigma condannava ineluttabilmente i figli degli emarginati a restare emarginati. L’ideologia lombrosiana, ripresa in grande stile durante l’epoca fascista, doveva legittimare tutte le forme d’internamento, di repressione e di controllo di soggetti considerati «anormali», «devianti», «malati» o semplicemente «pericolosi» per la società. Si può anche dire che Cesare Lombroso e la sua scuola hanno fornito alle classi dominanti dell’Italia post-unitaria una vera «ideologia della differenza», intesa come pericolo per la sicurezza della norma. Carceri, manicomi, istituti speciali, riformatori divennero i luoghi del lombrosianesimo pratico.

Stimolato dai movimenti di lotta sociale, influenzato dalla fenomenologia e dall’esistenzialismo, attento lettore di Freud e di Cesare Musatti (il traduttore di Freud in Italia), Basaglia sperimentò a Gorizia il superamento della logica custiodialistica, principio base del manicomio, per mettere in discussione la segregazione e quindi la discriminazione nei confronti dei malati di mente.

L’esperienza di Gorizia spingerà Basaglia a riflettere in modo critico sulla psichiatria come strumento di controllo e sulla struttura di dominio dell’uomo sull’uomo rappresentata dal modello medico.

Ma la riflessione di Basaglia si estende dal campo strettamente terapeutico anche a quello culturale, sociale e psicopedagogico: ripensa il rapporto terapeuta-paziente, operatore socio-sanitario-utente, educatore-educando; sposa le posizioni della fenomenologia unendole al marxismo e all’esistenzialismo. Decisivo è l’incontro di Basaglia con Jean-Paul Sartre, il suo concetto d’impegno con al centro la libertà della persona umana e la sua critica di tutte le forme di dominio, da quello terapeutico a quello sociale e culturale.

Anche l’opera dello psichiatra critico afro-martinichese Franz Fanon diventa per lui un punto di riferimento importante per studiare la psicologia del colonizzato e quindi di ogni dominato.

Lo sforzo teorico di Basaglia tende a costruire un umanesimo psico-storico e psico-sociale nel rapporto con l’altro (il malato di mente, l’handicappato, il tossicodipendente, la prostituta, il nero, il colonizzato, l’immigrato ecc.).

Ci proponiamo qui , in questo breve saggio, di affrontare qui alcuni aspetti della riflessione basagliana:

1) l’ambiguità dei concetti – normale – sano – anormale – deviante – malato;

2) le minoranze e i processi di esclusione nella società.

 

Il rapporto terapeutico come modello dell’incontro con l’Altro

 

Normale, anormale, deviante: l’ambiguità dei concetti

 

Franco Basaglia s’interroga sulla costruzione dei sistemi normativi nella società, partendo dalla sua pratica di psichiatra, la sua pratica educativa critica nel suo lavoro con la malattia mentale lo spinge a rimettere in discussione il funzionamento stesso della società. Dimostra come il «sistema» produca l’esclusione dei malati di mente come elementi di disturbo sociale delegando il controllo e la cura ai tecnici e agli esperti: «Il malato di mente è sempre pericoloso, come lo siamo tutti noi nel momento in cui siamo considerati diversi, cioè oggetti di provocazione e di pregiudizio».

Nella società capitalistica la norma è definita in termini di produttività e la malattia mentale è, come dice Michel Foucault, «assenza d’opera», impossibilità di produrre, anzi disturbo della produttività; infatti «la nostra economia non sa che farsene dei malati mentali recuperati, né sa che farsene di coloro che vengono a mano a mano emarginati dalla produzione come eccedenze».

Basaglia osserva che «negli Stati Uniti, per esempio, l’alienazione del capitale produce un tal numero, sempre crescente, di emarginati e di devianti, che non è possibile eliminarli nei ghetti. Risulta dunque necessario e perfettamente rispondente alle esigenze della produzione e del Capitale progettare nuovi sistemi di controllo (nuove istituzioni, nuove ideologie) che ne garantiscano lo sviluppo». (Scritti, vol. I, p. 32.)

Pensando alla psichiatria, ma anche al sistema educativo (lo farà anche in quei anni il filosofo Ivan Illich a proposito della scolarizzazione di massa), Basaglia evidenzia il fatto che «il sistema economico (e il sistema ad esso legato) produce un nuovo tipo di disadattamento che recupera creando una nuova istituzione deputata al suo controllo»; in fondo, la finalità della società del capitale è la produzione e il controllo del disagio.

Ma come avviene la produzione della devianza e, quindi, anche della norma?

In un saggio intitolato La malattia e il suo doppio. Proposte critiche sul problema delle devianze, Basaglia imposta la questione in questo modo: «Ciò che importa è riuscire a comprendere il processo secondo il quale un problema viene razionalizzato per poter ridurre la minaccia che esso rappresenta, attraverso la sua delimitazione all’interno dei confini di un’ideologia che lo mantenga sotto controllo».

È quello che la psichiatria ha fatto con la follia, la pedagogia con il discente, la sociologia con le «classi pericolose» e l’antropologia con la diversità etnica.

Nasce in questo modo una «ideologia della diversità» che sancisce l’inferiorità dell’altro (il malato di mente, il disabile, il bambino «difficile», il povero, il nero, l’immigrato ecc.); la devianza dalla norma o l’«anormalità» sono giustificatori socio-culturali di un sistema che esclude – così nel processo di livellamento «l’uomo è costretto a diventare ciò che non è».

Nella nostra società assistiamo ad un processo di razionalizzazione del comportamento, le regole del saper vivere sono la codificazione del vivere di questa «unica classe media», espressione della norma e il cui modo di vivere è proposto come norme generali cui tutta la società deve adattarsi.

Per Basaglia «le norme di condotta sono costruite a immagine di una realtà determinata (quella del potere), risulta anche evidente che esse sono l’espressione di bisogni e di esigenze particolari che non corrispondono ai bisogni e alle esigenze dei più». (Scritti, vol. 1, p. 33.)

In fondo le norme sono sempre i valori della classe dominante, la quale riesce ad assorbire nella sua logica la classe dominata.

Basta osservare quello che succede nella società dei consumi, dove il dominio si perpetua attraverso la creazione di bisogni artificiali: «Si arriva così all’illusione di una classe media universale, dove continua ad esistere la differenza fra le classi, ma dove la classe dominata, adattata alle norme di comportamento comuni che le sono imposte, mima la classe dominate incorporandone i valori».

Questo processo di assimilazione-incorporazione della classe dominata sradica la sua soggettività: «la classe dominata viene in questo modo ulteriormente divisa nell’acquisizione di valori che non le corrispondono, mentre la classe dominante viene rafforzata dal rafforzamento dei suoi valori: l’adeguamento alle norme di comportamento non serve come elemento di unione della classe dominata, ma si traduce in un ulteriore elemento di separazione che aumenta la forma del dominio». (Scritti, vol. 1, p. 34.) Qui Basaglia affronta un tema che sarà caro allo scrittore Pier Paolo Pasolini; quello dello sradicamento delle culture popolari e del ‘genocidio culturale’.

Ma per comprendere il funzionamento dei meccanismi normativi occorre descrivere i riti e i miti della nostra società che producono dominio e disumanizzazione. Ne La maggioranza deviante Basaglia spiega: «da noi il deviante, come colui che si trova al di fuori del limite della norma, è mantenuto all’interno o dell’ideologia medica o di quella giudiziaria che riescono a contenerlo, spiegarlo e controllarlo». Da questo punto di vista la psichiatria, nell’espletamento del suo mandato professionale, è insieme medico e tutore dell’ordine, «nel senso che esprime nella sua azione presuntivamente terapeutica sia l’ideologia medica sia quella penale dell’organizzazione sociale di cui è membro operante». Basaglia sottolinea come negli Stati Uniti il problema è stato razionalizzato su un terreno multidisciplinare in cui l’ideologia medico-giudiziaria è venuta identificandosi con quella sociologica attraverso la costruzione della già citata «ideologia della diversità» che ha prodotto esasperazione della differenza fra gli opposti (salute e malattia, norma e devianza, in fondo la società del melting pot dove le differenze non s’incontrano mai); «che poi studiosi, antropologi, psichiatri, organizzatori sociali si dedichino a indagare l’argomento, non si tratta che di razionalizzazioni che serviranno ad occultare sempre più la vera natura del problema».

La norma non è solo iscritta nelle strutture sociali, ma anche in quelle mentali e culturali, è lo sguardo della maggioranza che definisce la devianza, l’anormalità o l’anomalia della minoranza;qui il linguaggio veicola i codici normativi ed elabora le tassonomie: il linguaggio del sociologo, dell’antropologo, del pedagogo, dello psicologo e dello psichiatra, il linguaggio tecnico, come qualsiasi altro linguaggio, non è mai neutrale, ma svolge una funzione ben precisa nei rapporti sociali tra gli uomini e tende a giustificare il controllo organizzato dell’essere umano trasformato in oggetto di analisi o di cura. Per esempio, Basaglia – contrariamente a quello che dicono i suoi detrattori – non dice «che la malattia non esiste, ma che noi produciamo una sintomatologia – il modo di esprimersi della malattia – a seconda del modo col quale pensiamo di gestirla, perché la malattia si costruisce e si esprime sempre a immagine delle misure che si adottano per affrontarla».

Una volta stabilita la diagnosi, l’uomo sofferente diventa solo questa diagnosi e non esiste più alcun rapporto tra il sintomo e la realtà della sua vita.

Occorre mettere quindi in discussione «la tradizionale neutralità e oggettività delle scienze», occorre partire dalla visione che la società ha della salute e del suo rapporto con la malattia, individuare, dalla concretezza dei ruoli e dei luoghi in cui viene gestita la malattia, il concetto di salute che la sottende.

La malattia emerge spesso come problema sociale perché vi è la necessità di mantenere e controllare l’efficacia della forza lavoro necessaria alla produzione, e la sua capacità di consumare:

 

Nella condizione di mercificazione e sfruttamento dell’uomo che viene a crearsi, la malattia diventa merce: merce avariata da recuperare attraverso la produzione di servizi che sono essi stessi merci. Il lavoro alienato riduce l’uomo, sano o malato, ad uno stato di alienazione da sé che sarà poi successivamente confermato da tutti gli interventi tecnici promossi apparentemente a favore della sua vita e della sua salute, ma che, di fatto, non sono che una riprova del suo sfruttamento e della sua mercificazione». (Scritti, vol. 1, p. 45.)

 

La sfera della malattia e la funzione della cura si differenziano in apparati specialistici a cui è delegata la gestione delle disfunzionalità della forza-lavoro: ospedali psichiatrici, ospedali-prigione, istituti speciali, carceri ecc.

Ma poi normale e anormale rispetto a cosa? «Se non risponde a un bisogno reale, la norma è sempre una regola di adattamento a qualcosa di artificioso, che deve tradursi in una condotta, un comportamento comune a tutti e che, in quanto tale, serve a distruggere ogni esperienza non prevedibile e non categorizzabile».

Anormale è chi mette in discussione queste previsioni e le regole, trasgredendole perché non rispondono ai suoi bisogni:

 

le condotte anormali sono dunque inizialmente una trasgressione codificata e codificabile di regole che vengono imposte come universali, cioè come rispondenti agli interessi e ai bisogni di tutti, mentre rispondono alle esigenze e agli interessi della classe che le stabilisce. La trasgressione è dunque un fenomeno relativo a dei valori imposti come assoluti, all’interno dei quali le ‘risposte’ alla trasgressione non possono che essere assolute: punizione, pena, colpa, asocialità, confermate e assolutizzate nelle diverse branche della scienza che se le assumono in carico come pure oggetto di loro competenza, separando il fenomeno ‘trasgressione’ dal contesto sociale in cui si manifesta e di cui la trasgressione stessa è parte integrante e significativa. (Scritti, vol. 1, p. 56.)

 

Questa decontestualizzazione ha dato origine ad una serie di oggetti culturali che codificano e determinano i comportamenti. Nelle scienze psicosociali troviamo anche la tendenza ad isolare i fenomeni come se non fossero generati in una rete di relazioni e di rapporti reciproci, «separati dal tessuto di cui sono uno degli elementi», assumono in questo modo un «carattere assoluto».

Secondo Basaglia «se il valore è l’uomo, la salute e la normalità non possono rappresentare la norma, dato che la condizione dell’uomo è di essere sano e insieme malato, normale e insieme anormale». Il valore dell’uomo, sano o malato, normale o anormale, va oltre il valore della salute e della malattia, della normalità e dell’anormalità; come ogni altra contraddizione umana questi aspetti possono essere usati come strumento di appropriazione o di alienazione del sé, quindi come strumento di liberazione o di dominio.

Se il valore primario è l’uomo con i suoi bisogni, all’interno di una collettività dove la produzione serve alla sopravvivenza di tutti, il malato, il menomato, il disabile, il deviante, il sofferente psichico, il ragazzo «difficile» non sono gli elementi negativi di un ingranaggio che deve comunque procedere a senso unico, ma sono dei soggetti significanti che esistono con il diritto di esistere come soggetto che significano il mondo e si sviluppano nella società con le loro particolarità e il loro specifici bisogni.

Franco Basaglia, da operatore implicato nella praxis terapeutica, invita gli intellettuali italiani – e i tecnici sono degli intellettuali di un «sapere pratico» – a pensare con categorie forgiate attraverso la pratica sociale nella realtà italiana, e non con quelle prese in prestito alla sociologia o alla psichiatria americana; vede nell’uso sistematico dei concetti interpretativi prodotti nella realtà anglo-americana il rischio di un «effetto schermo» che può portare ad una visione distorta dei rapporti sociali italiani.

Secondo Basaglia «a gradi diversi di sviluppo socio-economico corrispondono, infatti, gradi diversi di sviluppo della cultura ad esso rispondente; come dire che i problemi nati sul terreno pratico in paesi ad alto livello tecnologico vengono assunti quali temi originariamente artificiali in paesi socio economicamente meno sviluppati». È quello che succede nel rapporto tra Stati Uniti e Italia. Si assiste ad una colonizzazione culturale tramite il linguaggio tecnico, colonizzazione culturale che funziona come effetto schermo che non fa più comprendere la propria realtà.

Attraverso il tema dell’assunzione di un determinato linguaggio, Basaglia affronta la il tema del riconoscimento del proprio sé, l’identificazione dei propri tratti particolari, la comprensione della propria identità:

 

Un esempio di questo fenomeno è il linguaggio di parte dei nostri intellettuali, che non corrisponde quasi mai ad una pratica reale, ma è il risultato dell’assunzione di culture prese a prestito da realtà diverse, che vengono sovrapposte ad un terreno in cui se ne vedono appena i riferimenti. Il nuovo linguaggio che viene a formarsi, non nascendo da una realtà pratica individuabile e riconoscibile a tutti i livelli, diventa patrimonio di un’élite ristretta, una sorta di ammiccamento tra i pochi privilegiati che riescono a decifrarne il messaggio. In questo modo si prospettano come reali, esperienze puramente ideologiche, aumentando l’ambiguità della natura dei problemi, che si rivelano in parte concreti, e in parte artificialmente prodotti dall’ideologia che li precede. (Scritti, vol. 2, p. 32.)

 

Si può dire che il linguaggio tecnico agisce qui come strumento di auto-legittimazione, di un’élite che produce «falsa coscienza» poiché i concetti interpretativi, importati dagli Stati Uniti, non permettono di leggere la dinamica specifica della realtà dei bisogni nella società italiana. La sociologia di matrice anglosassone trapiantata in Italia s’inventa «problemi importati», e finisce per non vedere più i problemi reali della formazione socio-culturale chiamata Italia. Questo linguaggio importato, non tradotto, funziona come «copertura» o come uno «schermo» che nasconde i veri problemi e addirittura deforma la morfologia reale di questa società.

Quest’approccio di Basaglia sull’uso dei linguaggi e delle ideologie per comprendere sia se stesso che l’altro, anticipa quello che scrisse Pierre Bourdieu in un articolo su Le Monde diplomatique del maggio 2000, intitolato La Nuova Vulgata planetaria.

Come Basaglia, il sociologo francese vede nell’uso acritico di concetti provenienti dalla sociologia anglo-americana un’evidente subalternità culturale degli intellettuali europei. È quello che egli chiama la novlangue – equivalente della malbouffe di José Bové (neologismo per parlare del mangiare male, di un mangiare che inquina l’organismo); parole come flessibilità, mondializzazione, globalizzazione, governance, esclusione-inclusione, comunitarismo, new economy, tolleranza zero, multiculturalismo, postmoderno, minoranze etniche, identità, diversità fanno parte della nuova vulgata usata dagli intellettuali.

Scrive Bourdieu:

 

la diffusione di questa nuova vulgata planetaria – di cui sono rimarchevolmente assenti capitalismo, classe, sfruttamento, dominio, ineguaglianza, altrettanti vocaboli perentoriamente eliminati col pretesto della loro presunta obsolescenza e impertinenza – è il prodotto di un imperialismo propriamente simbolico. Gli effetti sono ancora più potenti e perniciosi al punto che questo imperialismo è stato portato non solo dai partigiani della rivoluzione neoliberale, i quali sotto la copertura della modernizzazione intendono rifare il mondo facendo tabula rasa delle conquiste sociali ed economiche, risultato di cent’anni di lotte sociali ormai presentate come tanti arcaismi e ostacoli al nuovo ordine nascente (ricercatori, scrittori, artisti) dai militanti della sinistra che, per la maggior parte di loro, si pensano sempre come progressisti. (Le Monde diplomatique, maggio 2000.)

 

Come tutte le forme di dominio (di classe, di genere, etniche), «l’imperialismo culturale» provoca una «violenza simbolica», che consiste nel presentare come universali dei modi di pensare particolari. Oggi il «modello americano» rappresenta la «Mecca simbolica» per molti intellettuali; questa «nuova religione» si basa su alcuni «principi teologici»:

 

1) meno Stato e più mercato

2) smantellamento dello Stato sociale

3) crescita basata sulla flessibilità del lavoro

4) centralità dell’impresa

5) salariato precario e insicurezza sociale;

6) Stato penale

7) medicalizzazione del disagio

 

Bourdieu parla del «mito del multiculturalismo» importato dagli Stati Uniti.

 

È così anche per il dibattito confuso e molle intorno al «multiculturalismo», termine importato in Europa per indicare il pluralismo culturale nella sfera civica, mentre negli Stati Uniti rinvia, nel movimento attraverso il quale lo maschera, all’esclusione continua dei neri e alla crisi della mitologia nazionale del «sogno americano», delle «opportunità per tutti», correlativo alla bancarotta che affligge il sistema dell’insegnamento pubblico nel momento in cui la competizione per il «capitale culturale» s’intensifica e dove le ineguaglianze di classe aumentano vertiginosamente.

 

Basaglia aveva ben visto il ruolo di vettori degli esperti e dei tecnici come assimilatori-organizzatori degli schemi concettuali acquisiti dal modello culturale americano; (in linguaggio gramsciano si direbbe di «nuovi commessi») schemi che diventano schermi che velano la realtà sociale e culturale peculiare della società italiana. Secondo Bourdieu

 

l’imperialismo della ragione neoliberale trova il suo compimento intellettuale in due nuove figure esemplari di produttore culturale. Innanzitutto l’esperto, che prepara, nell’ombra, dietro le quinte ministeriali o padronali o nel segreto dei think tanks, dei documenti a forte tenore tecnico, scritti, per quanto possibile, in un linguaggio economico e matematico. Poi il consigliere in comunicazione col principe transfuga del mondo universitario, passato al servizio dei dominanti, la cui missione è mettere in forma accademica i progetti politici della nuova nobiltà di Stato e d’impresa il cui modello planetario è senza dubbio il sociologo britannico Anthony Giddens.

 

 

Minoranze e processi d’esclusione: i sistemi competitivi, le disuguaglianze e le aree di compenso

 

Franco Basaglia ci fa comprendere come nei «sistemi competitivi» – quei sistemi sociali basati sulla concorrenza sociale e la competitività interindividuali – si creino enormi disuguaglianze ed anche «aree di compenso» sulle quali scaricare le tensioni provocate dalle contraddizioni sistemiche:

 

ogni società – egli scrive – la cui struttura sia basata su differenze culturali, di classi e su sistemi competitivi, crea in sé aree di compenso alle proprie contraddizioni interne, nelle quali concretare la necessità di negare o di fissare in una oggettualizzazione una parte della propria soggettività. La ricerca nel gruppo del capro espiatorio, del membro da escludere, sul quale scaricare la propria aggressività, non può essere spiegata che nella volontà dell’uomo di escludere la parte di sé che gli fa paura. Il razzismo in tutte le sue facce non è che l’espressione del bisogno di queste aree di compenso, quanto l’esistenza dei manicomi quale simbolo di ciò che si potrebbe definire«‘le riserve psichiatriche» paragonandole all’apartheid del negro e dei ghetti, è l’espressione di una volontà di escludere ciò che si teme perché ignoto e inaccessibile. Volontà giustificata e scientificamente confermata da uno psichiatra che ha considerato l’oggetto dei suoi studi come incomprensibile e, in quanto tale, da relegare nella schiera degli esclusi. (Scritti, vol. 1, p. 48.)

 

Ma qual è il meccanismo psicosociale che crea questa «area di compenso» dove escludere l’altro, diverso da me, che mi fa paura in quanto comunque mi assomiglia?

Secondo Basaglia

 

di fronte alle sue paure e alla necessità di assumersi le proprie responsabilità, l’uomo tende ad oggettivare nell’altro la parte di sé che non sa dominare, ad escludere l’altro che ha in sé come sua contingenza. È un modo di negarla in sé negando l’altro, di allontanarla escludendo i gruppi in cui è stata oggettivata. La modalità dell’esclusione, il ritenersi in diritto di tagliar fuori del proprio orizzonte un gruppo in cui localizzare il male del mondo, non può essere considerata alla stregua di un’opinione personale, accettabile quanto un’altra. Essa investe il modo globale dell’essere al mondo, è una presa di posizione generale: la scelta di un mondo manicheo dove la parte del male è sempre recitata dall’altro, appunto dall’escluso, dove solo in questo escludere affermo la mia forza e mi differenzio.

L’esclusione non è, dunque, solo il risultato delle strutture materiali, ma soprattutto di quelle mentali; è nel momento in cui affermo me stesso attraverso la stigmatizzazione dell’altro che dimostro tutta la mia debolezza identitaria. Trattare l’altro come oggetto significa naturalizzarlo per meglio respingerlo nell’«area di compenso» che funziona come la riserva di un sistema sociale basato sul principio della separazione competitiva. Da questo punto di vista la condizione del malato mentale è rivelatrice del funzionamento di tutto il sistema di relazione; mentre per gli altri gruppi indesiderati (immigrati, poveri, nomadi, carcerati ecc.) esiste la possibilità di un’opposizione – un rifiuto della realtà d’oppressione – quindi una speranza di liberazione, non è così per il malato di mente, poiché «è un escluso che, in una società come l’attuale, non potrà mai opporsi a chi lo esclude, perché ogni suo atto è ormai circoscritto e definito dalla malattia».

Basaglia riprende la dialettica signore-servo, descritta da Hegel, dove nella negazione ed esclusione del servo, il signore nega ed esclude una parte di sé che presume di allontanare «oggettivandola» nei servi che lavorano per lui. In questo modo s’illude di allontanare e negare le sue paure, affidandole a colui che non è più padrone della propria vita. Inoltre, «in questa mistificata reciprocità» il servo diventa la ragione d’essere del signore, esattamente come il malato di mente diventa la ragione di essere dello psichiatra e il negro del razzista. «È così che il servo viene ridotto alla funzione del capro espiatorio a sola, paradossale, difesa del signore stesso, perché si trova a racchiudere e concretizzare in sé il male da cui egli non vuole essere toccato e che allontana, circoscrivendolo in uno spazio ben localizzabile: lo spazio riservato agli esclusi».

Le modalità dell’esclusione corrispondono al «processo di appropriazione del reale», l’uomo si trova ad escludere nell’altro ciò che non è riuscito ad incorporare. Dal punto di vista antropologico il fenomeno dell’esclusione evidenzia i limiti, le carenze, la piccolezza di chi esclude, dimostra anche tutta la crisi d’identità di chi afferma se stesso negando l’altro.

Proprio partendo dalla sua pratica di psichiatra, Basaglia tenta di spiegare perché, in fondo, funziona il meccanismo di esclusione; la dialettica signore-servo, psichiatra-paziente, educatore-educando ci svela la partecipazione attiva dell’escluso alla propria esclusione. «Un tale meccanismo sarebbe da ricercarsi nel processo d’identificazione dell’escluso con chi lo esclude, con il signore con il quale vive, solo in un rapporto fantasmatico».

Viktor Frankl e Primo Levi hanno scritto qualcosa di simile rispetto alla sopravvivenza di internati nei campi di concentramento nazisti; sopravvivenza attraverso «l’adesione fantasmatica ai valori dei dominatori». La base di questo rapporto mistificato sta nel meccanismo di proiezione: «il signore proietta sul servo il male che rifiuta in sé, mentre il servo proietta sul signore il suo bisogno di bene e di forza che viene da lui tradito attraverso la sua strumentalizzazione».

È in questo modo – scaricare la propria aggressività nell’altro, ciò che di noi stessi fa paura – che si è proceduto nella caccia alle streghe, nel linciaggio dei neri, nella persecuzione dell’ebreo, nella guerra contro i popoli oppressi in rivolta, nella segregazione del malato di mente o del tossicodipendente e, oggi, nella stigmatizzazione dell’immigrato non comunitario.

Per comprendere l’atteggiamento escludente nei confronti degli immigrati non comunitari oggi in molte regioni italiane si può riprendere l’analisi psicosociale di Basaglia. È inoltre rivelatore della crisi d’identità dell’Italia, e in particolare di regioni come il Veneto, la crescita di sentimenti xenofobi e razzisti nei confronti degli immigrati. Non bastano le motivazioni economiche e politiche per spiegare questo fenomeno e Basaglia ci ha appunto insegnato che occorre andare a cercare le risposte nella psicologia del profondo, nel suo rapporto con le strutture sociali e nei mutamenti antropologici.

Nel caso del Veneto il fenomeno leghista va spiegato dal punto di vista psico-antropologico. Questa regione è stata uno dei più importanti serbatoi dell’emigrazione italiana – la provincia di Treviso fu l’epicentro di questa esperienza di emigrazione – e questa storia è ancora viva nella memoria di molte famiglie del Nord-Est.

Il ricordo della loro emigrazione dovrebbe aiutare i veneti ad avvicinare con maggiore comprensione le difficoltà vissute dagli immigrati, invece accade esattamente il contrario. Funziona qui il meccanismo proiettivo di cui parla Basaglia: vengono scaricate sull’immigrato le paure interiorizzate del periodo in cui i ‘pezzenti’ erano i veneti. Per dirla con Mélanie Klein, che parla di «relazione oggettuale» nel rapporto madre-bambino – dove questo interiorizza «l’oggetto buono» oppure «l’oggetto cattivo», che sarebbe il seno materno – i veneti hanno introiettato «l’oggetto cattivo» dell’epoca in cui lasciavano la loro miserabile terra per cercare un pezzo di pane in America o in Belgio.

 

Solo l’esclusione dell’altro, del diverso – scrive Basaglia – consente al potere di conservare la propria ideologia senza tener conto delle sue contraddizioni (…). Escludere significa affermare un’appartenenza nel momento in cui la si nega. Ciò che viene escluso è riconosciuto e dichiarato come proprio dallo stesso atto di esclusione, che lo stacca da un’unità preesistente e ne sancisce la separatezza. La proiezione nell’altro di ciò che si rifiuta in sé, risulta quindi preceduta dalla scelta di ciò che di nostro s’intende escludere e che, proprio in quanto nostro, ha bisogno di essere definito come altro per essere negato. (Scritti,vol. 1, p. 300.)

La tecnica del «capro espiatorio» funziona come «strumento deresponsabilizzante» di un popolo intero; è diventato l’arma del potere che sceglie gruppi di «indesiderati» da escludere: «di volta in volta sono stati gli schiavi, il proletariato, i negri, gli ebrei, i “matti”, le donne, i bambini, gli “irregolari”, i “disadattati”, gli “elementi di disturbo”». Oggi sono gli immigrati e le culture che rifiutano di piegarsi all’universalismo del modello americano.

Franco Basaglia ci spiega come si riproduce ancora oggi il rito biblico del capro espiatorio:

 

In definitiva, solo nel momento in cui riduco a corpo un’altra soggettività, posso escluderla da me: ciò significa che l’escludente si pone come soggettività pura (quindi ideologica e adialettica), proiettando sull’altro la sua oggettività. In questo senso l’esclusione di gruppi, la cui negazione consente la vita apparentemente aproblematica e contraddittoria della nostra società, si riallaccia al rito biblico del capro espiatorio, in quanto esclusione e negazione dell’oggettuale e del corporeo attraverso un corpo. Se l’escluso è corpo, l’escluso è giustificato sul piano della necessità come affermazione dei nostri valori soggettivi. Il che consente la totale assenza di colpa e di responsabilità da parte di chi esclude. (Scritti, vol. 1, p. 60.)

Viene definita una «linea di colore» fra un bene che si accoglie (che siamo Noi) e un male che si rifiuta (che sono Loro); i nuovi intellettuali, i giornalisti, «i manager della società», s’incaricano di farci accettare come «naturale», «irreversibile», «pericolosa» la diversità dell’escluso (in questo modo l’escluso si convince della necessità della sua esclusione e si comporta in modo speculare alle attese di chi lo esclude). L’ideologia della sicurezza riflette l’insicurezza legata al chi siamo noi nel rapporto con l’altro; i «manager» della comunicazione devono creare il «consumatore ideale», l’importante è che «la facciata resti pulita». Ciò che non è nella norma è motivo di scandalo e, come tale, deve essere circoscritto e allontanato (la prostituta che adesca il passante è scandalosa, ma non lo è più in una casa chiusa – il malato mentale che delira per la strada è scandalo, ma non lo è più quando è chiuso in un manicomio).

Basaglia evidenzia molto bene la funzione ideologica e sociale degli studi sociologici e psicologici sulla diversità:

 

attraverso le ideologie che ne sono state fatte, il negro, il malato di mente, il deviante, il povero – facce diverse dello stesso problema – sono riconosciuti come ‘parte integrante’ del sistema sociale. Ma non si tratta della conquista di una loro partecipazione attiva. Essi diventano solo strumenti utili all’intera società, in questa funzione di appartenenza all’‘unica classe media’ in cui è sempre più difficile individuare differenziazioni e distanze, ridotta com’è ad una dimensione omogenea, totalmente controllata da un centro di potere più ristretto”. (Scritti, vol. 1, p. 65.)

 

Non perde di vista – come Pasolini che parlerà dell’alterità in modo differenziato – il legame tra diversità e posizione di classe:

 

mentre il diverso della classe dominante è accettato e vissuto come tale, cioè come un fenomeno umano che ha bisogno di risposte particolari, appunto «diverse», il diverso della classe oppressa non è mai accettato come tale, e le risposte che si forniscono servono solo a cancellarlo e a eliminarlo, confermandolo come «diseguale».

In una società divisa in classi, malattia e delinquenza della classe subalterna … diventano altra cosa di ciò che sono e l’unica risposta non può che essere la repressione, sotto mistificazioni più o meno mascherate(…). Se un sistema sociale è fondato sul mantenimento di una logica economica che non soddisfa i bisogni di tutti, se l’uomo astratto in nome del quale s’invocano e si reclamano le trasformazioni e le riforme non corrisponde a tutti gli uomini, l’inefficiente, l’handicappato, il fragile e anche il fragile morale, cioè il diverso (è inutile ripetere che si tratta sempre del diverso appartenente alla classe subalterna) vengono eliminati, cancellati, perché per loro sono impossibili recupero e riabilitazione.

 

Per di più, di fronte alla tendenza strutturale della costituzione mentale di una «classe media unica», attraverso l’incorporazione da parte degli emarginati delle ideologie, dei valori e dei modi di vivere di questa, si continua non solo a creare «false risposte» a «falsi bisogni», ma si provoca anche un processo di dissociazione continua che produce estraniazione e perdita di sé. Quindi perdita di senso, perdita d’identità e perdita di libertà reale.

 

Il rapporto terapeutico come modello dell’incontro con l’altro: l’ansia dell’incontro.

 

Si può affermare che Basaglia abbia provocato una vera «rivoluzione culturale» modificando il modo di vedere la malattia mentale e tutte le forme di «devianza o diversità». Ma, soprattutto, si può affermare che abbia cambiato le pratiche educative e terapeutiche degli operatori nel rapporto con il disagio psichico, l’handicap e tutte le forme di disturbo psico-sociale.

La sua critica al modello medico-sociale ha rivoluzionato la concezione stessa del rapporto medico-paziente: non più un rapporto direttivo e unilaterale in cui il medico, in quanto detentore di un «sapere scientifico», è l’unico polo attivo della relazione mentre il paziente ne rappresenta l’oggetto passivo. Se la cura è relazione d’aiuto, non può essere fondata che su un rapporto dialogico, dove esiste una reciprocità nella comunicazione intersoggettiva.

Basaglia vede il rapporto medico-paziente come un incontro dove ognuno è all’ascolto dell’altro in un processo esplorativo e comprensivo reciproco. Si interroga sul problema dell’incontro, sulla possibilità di un incontro nel silenzio, usa i concetti sartiani di autenticità e malafede e riflette sui comportamenti umani di fronte all’ansia.

Il punto di partenza è la critica dell’«ideologia medica» che tende a distruggere il malato nel momento stesso in cui lo guarisce, defraudandolo del suo rapporto con la propria malattia (quindi con il proprio corpo) che viene vissuta come passività e dipendenza.

Spesso il medico, in particolare lo psichiatra, diventa responsabile dell’insorgere di una relazione reificata fra l’uomo e la propria esperienza, spingendo il malato a vivere la malattia come prodotto oggettivabile della scienza medica, e non più come esperienza personale. Basaglia si pone il problema dell’incontro con il paziente – senza incontro non ci può essere cura – poiché la cura passa attraverso il riconoscimento dell’esperienza vissuta dal malato.

Per ragionare sull’incontro e l’ascolto comprensivo, usa i concetti elaborati dalla fenomenologia definita da Karl Jaspers, dall’analisi esistenziale di Ludwig Binswanger e dalla psicopatologia di Eugéne Minkowski.

Nel suo lavoro di psichiatra studia i rapporti fra turbe della psiche e turbe della personalità; tenta di comprendere non il delirio (non il sintomo quindi), ma il delirante, cioè la persona colta nel suo significato psicosociale, che così come nella dialettica autentico-inautentico, appare porsi come colui che contraddice la realtà scegliendo la «fuga nell’utopia».

Basaglia propone di inserire la medicina in un pensiero che tenga conto dell’uomo nella sua globalità per liberarla dalla natura oggettuale del suo rapporto con il paziente.

Il malato e la malattia non possono essere considerati come ‘dati’ oggettivabili della scienza nella misura in cui coinvolgono tutta la personalità del paziente, così come quella del terapeuta nella relazione di cura, e insieme i loro sistemi di credenze e di valori.

In fondo, il pensiero fenomenologico di Husserl, nato come risposta alla crisi delle scienze e alla disumanizzazione in cui era entrata l’Europa, riportava alla ribalta il problema dell’uomo, non come categoria astratta, ma come soggetto-oggetto di una diffusa sofferenza sociale. Questo portava Basaglia ad avvicinare il malato mentale senza i diaframmi impliciti delle rigide tassonomie sintomatologiche delle sindromi, attraverso la comprensione delle sue diverse modalità di esistenza.

In questo modo metteva quindi in crisi la validità della definizione classica di malattia, dei limiti della norma che tale malattia trasgredisce, del concetto di cura, e criticava l’Istituzione Totale in quanto strumento di contenimento e di controllo degli elementi di disturbo sociale.

La «psicologia comprensiva» di Karl Jaspers lo ha aiutato a definire meglio alcuni concetti, in particolare l’uso dell’indagine fenomenologica, che mette direttamente in gioco la persona del medico che non può restare «al di fuori» come esaminatore, ma deve partecipare direttamente nella misura in cui è implicato nella relazione terapeutica con il paziente.

Jaspers affermava che non basta la descrizione del sintomo, ma questa deve suscitare nell’esaminatore le sue esperienze, il suo vissuto, solo così potrà vivere con autenticità la manifestazione del sintomo. C’è ovviamente un senso di paura nel medico perché nel rapporto con l’altro impara a fare i conti con l’altro o con gli altri che gli stanno dentro; la relazione diventa, così, una «relazione di comprensibilità».

Per Basaglia l’approccio naturalistico-classificatorio del modello medico fa dell’osservazione un momento di definizione e non di comprensione (l’esempio di questo tipo di approccio è dato dalla classificazione delle malattie mentali fatta dallo psichiatra E. Kraeplin).

Pensare ad un catalogo dei sintomi è inutile, vista l’impossibilità di spiegare come e perché si verifica un determinato «fatto anomalo», e non di un «fatto anormale»; in questo il suo punto di vista assomiglia a quello di Georges Canguilhem, che vedeva nel concetto di «anomalia» un pensiero descrittivo-conoscitivo, mentre quello di «anormalità» esprimerebbe un giudizio di valore.

Basaglia si pone nei confronti della malattia mentale e delle varie forme di «devianza» con le stesse modalità dell’antropologia culturale di Franz Boas. Ricordiamo che questi criticò radicalmente il paradigma normativo del metodo di osservazione dell’etnologia coloniale; l’osservazione etnografica, ispirata dalle scienze naturali, classificava i popoli conquistati sulla base di una linea evolutiva all’apice della quale si trovavano i bianchi anglosassoni o europei. Si osservava per definire e classificare l’altro non per comprenderlo nei suoi tratti specifici.

Boas ha introdotto il metodo dell’osservazione partecipante (anche se poi questo è stato sistematizzato da B. Malinowski) dove l’etnologo, non più esterno ma implicato nella relazione con i popoli indigeni, osserva per comprendere l’universo e il punto di vista dell’altro.

Basaglia critica il concetto naturalistico del disturbo psichico:

 

Potremo dire che una pianta, una volta seminata, cresce e non potremo aspettarci mai delle grandi modifiche da ciò che è la legge generale; nell’uomo non succede così, poiché egli nasce, cresce e muore, ma possiede un’altra fondamentale attività: l’intelletto con tutte le manifestazioni ad esso inerenti. Egli agirà e si esplicherà in manifestazioni infinite, ed ognuna di esse sarà essenzialmente diversa da quella di un altro uomo, pur avendo con lo stesso un elemento fondamentale costituito dall’essere uomo e, soprattutto, possedendo la stessa qualità d’istinto; e però egli si esplicherà invariate manifestazioni, cioè in maturità, che saranno sue ed esclusivamente sue”. (Scritti, vol. 1, p. 61.)

 

Questo si riscontra anche nelle patologie mentali: «potremo infatti scorgere in un gruppo di ammalati dei sintomi fra loro abbastanza simili, ma nel loro aspetto fenomenologico ed esistenziale così dissimili, da non poter sembrare rapportabili alla stessa malattia».

La cura è nella relazione reale con la persona reale, cioè con il proprio vissuto, la propria storia individuale sociale. Non esiste uno schizofrenico uguale ad un altro, ognuno ha la propria storia e il proprio percorso esistenziale; le categorie nosografiche generali servono più a mascherare che non a far comprendere la traiettoria del soggetto.

Da questo punto di vista la Daseinsanalyse di Ludwig Binswanger serve a Basaglia per proporre un’investigazione antropologica diretta verso la totalità dell’essere umano; infatti «è solo nel cogliere la proiezione dell’essere nel mondo di un individuo, il suo progetto, la maniera nella quale egli si apre al mondo, che potremo avere una visione del perché egli c’è: così il “progetto del mondo” e il “progetto di sé” vengono a coincidere». Si tratta di cogliere la maniera del «suo essere nel mondo», e non del suo «essere»; il primato è quello dell’esperienza, che è storia della persona e non dell’«essenza». In questo modo si può comprendere qualcosa di più dell’altro, della sua individualità, del modo in cui egli «si è aperto al mondo».

È dunque attraverso le varie espressioni umane che noi saremo in grado di compiere quest’analisi antropologica, non partendo da concetti aprioristici o dogmatici, ma rifacendoci soltanto al modo nel quale il soggetto che ci sta di fronte presenterà se stesso, tentando di scoprire attraverso le sue espressioni non il loro aspetto contenutistico, ma piuttosto «i contenuti per il significato modale che racchiudono». Non c’è dunque la possibilità di comprensione psicologica di un individuo senza aver «vissuto» il modo in cui tale individuo ha concepito il mondo.

Per questo motivo Basaglia accorda una grande importanza al linguaggio in quanto «espressione più genuina che l’uomo possiede nei suoi rapporti interumani», poiché esso è la proiezione dell’individuo nel mondo, è una manifestazione del suo «modo di essere» e quindi esprime «il suo aspetto modale rapportato a quello degli altri».

Qui si pone la questione centrale della riflessione di Basaglia, centrale sia dal punto di vista epistemologico che pratico, la questione dell’incontro e delle sue implicazioni psicorelazionali.

Non ci può essere cura se non c’è reciprocità, non c’è reciprocità se non c’è riconoscimento (di sé e dell’altro), non c’è riconoscimento possibile se non c’è incontro. Tutto l’approccio terapeutico basagliano può essere definito come tecnica dell’incontro comprensivo.

Ma in cosa consiste questa tecnica, questa modalità di rapporto con l’altro?

 

L’esaminatore – scrive Basaglia – dunque dovrà vivere la «situazione» dell’ammalato, tentando di strutturarla, di ricostruirla rapportandola al proprio modo di essere, astraendosi dal fatto di aver dinanzi a sé un malato di mente e da ogni valutazione psicopatologica, così da potersi «incontrare e trovare» con l’ammalato su un piano di completa umanità. È necessario, dunque, ricostruire l’uomo malato nella sua ‘umanità’ e non nella sua «vitalità. (Scritti, vol. 1, p. 34.)

 

L’incontro è essenziale per l’atto psicoterapeutico, è un ‘rapporto intuitivo’ nel quale si costruisce la relazione medico-paziente; per riprendere un’espressione di Eugène Minkowski, si può dire che l’incontro è un «contatto affettivo», un contatto che provoca ansia e paura, ma anche desiderio di essere riconosciuto.

È proprio attraverso «l’ansia dell’incontro» che posso riconoscere l’altro e attraverso il rapporto con lui riconoscermi nella mia specificità e quindi riconoscerlo nella sua:

 

Dobbiamo per prima cosa – precisa Basaglia – conoscere la «nozione di vita umana», considerando la «vita» in quel tanto che è «umana»ha in sé tutte le possibilità dell’essere e soltanto conoscendo tutte queste possibilità saremo in grado di stabilire un rapporto con l’ammalato e solo in questo senso «l’incontro» potrà avvenire.

Il medico, ma possiamo anche dire lo psicologo, l’antropologo, il pedagogo, non può restare estraneo alla situazione di relazione che si crea, poiché «unisce la nostra esistenza a quella del soggetto che ci sta di fronte».

 

Lo stabilirsi del «rapporto» quindi diviene possibile attraverso la comprensione dell’elemento umano che ci unisce all’altro essere: da ciò deriva che l’esame dell’«incontro» esige un doppio orientamento: da un lato conoscere empiricamente la maniera nella quale «questo» uomo entra in rapporto con il mondo e con gli altri, scoprire, cioè, le «situazioni di fatto», ricavando da esse i progetti e le loro strutture; dall’altro la conoscenza di queste modalità d’incontro dev’essere diretta da una comprensione essenziale dell’esistenza umana.

 

L’ansia nasce dall’esigenza «che l’uomo ha di liberarsi dal suo campo di solitudine, fino a che nasce in lui l’esigenza di una comunicazione fra uomo e uomo. Non bastando infatti a se stesso, l’individuo si trova nella necessità di una relazione con l’altro e soltanto in questo modo egli “è” in relazione con il suo mondo». Per Basaglia «soltanto nel momento in cui l’uomo sente la necessità di un rapporto umano egli diviene tale, in quel tanto che rompe il suo isolamento per entrare e darsi nel mondo: il voler essere se stesso, il sentirsi, cioè, una personalità totale e compiuta presuppone sempre il reciproco aprirsi ad un altro se stesso»; l’individuo che si isola perde la possibilità dell’«incontro». Nell’incontro autentico mi lascio investire dal discorso dell’altro; mi pongo in una posizione di ascolto comprensivo; come dice Minkowski, «il linguaggio del quale si serve l’ammalato è pieno d’insegnamento e da esso noi dobbiamo dipendere».

Lo stare all’ascolto della parola dell’altro vuol dire creare le condizioni dell’incontro: «ogni incontro – scrive Basaglia – infatti si realizza attraverso un dialogo, espressione di una reciprocità di rapporto; infiniti possono essere gli aspetti di questo dialogo, e gli elementi che compongono: il gesto, la mimica, la “parola”, il silenzio, ognuno di questi atteggiamenti manifesta qualche cosa di “veramente” intimo del soggetto che stiamo esaminando».

L. Binswanger in La conception de l’homme chez Freud à la lumière de l’anthropologie philosophique puntualizza il pericolo cui va incontro un metodo di approccio scientifico che «allontanandosi da noi stessi, porta ad una concezione teorica, all’osservazione, all’esame, allo smembramento dell’uomo reale allo scopo di costruirne scientificamente un’immagine».

È quello che denuncia Basaglia, è quello che hanno fatto la psichiatria e l’antropologia occidentali.

 

Psichiatria, filosofia e dominio: l’incontro con Jean-Paul Sartre e Frantz Fanon

 

Per Basaglia «ogni cambiamento sostanziale della nostra vita» modifica profondamente il nostro «modo di essere», «impegnandoci a sostenere nuove situazioni e nuovi rapporti prima sconosciuti» e lo psichiatra è un intellettuale, anzi, per riprendere un’espressione di Sartre, un «intellettuale di un sapere pratico».

Il suo interesse è quello di svelare ogni rapporto di dominio dell’uomo sull’uomo iniziando proprio dal suo lavoro di psichiatra; in una conferenza svoltasi a San Paolo in Brasile, a questo proposito dichiara: «la medicina e la psichiatria sono fonte di oppressione e sono un mezzo violento utilizzato dal potere contro gli uomini». Nel 1979, sempre durante il suo viaggio brasiliano, afferma:

 

parlando di cura, vediamo che la persona che cura, il medico, non considera il curato soggetto della cura ma oggetto. Così la cura diventa, oggettivamente, pura riproduzione del medico e non dà al malato alcuna possibilità di esprimersi soggettivamente. In questo senso noi diciamo che la cura è una forma di controllo, perché, nel momento in cui non c’è espressione soggettiva da parte del malato, la cura non dà altro risultato che la riproduzione oggettiva del gioco del capitale. Succede lo stesso in fabbrica, dove l’operaio si riproduce attraverso gli oggetti che produce e la fabbrica controlla il lavoratore attraverso il suo prodotto. Come il prodotto del lavoro dell’operaio è del padrone, così il prodotto della cura del malato appartiene al medico. In entrambi i casi, il malato non esiste e il lavoratore non esiste; l’ospedale non è altro che una conseguenza di ciò che succede in fabbrica. (Conferenze brasiliane, p. 23.)

 

Il rapporto alienante del dominio finisce per deprivare il malato, ma anche l’operaio, della propria personalità storica. L’uomo oppresso viene deprivato della sua storia, del suo linguaggio, del suo modo di essere nel mondo e anche del proprio corpo.

Basaglia si pone l’obiettivo di costruire «un nuovo umanesimo», «una nuova visione della relazione», un modo diverso di pensare il rapporto medico-paziente, uomo-donna, dominante-dominato e governante-governato. Si dichiara convinto che «quando il vecchio, il giovane, la donna, il nero, il malato hanno la parola, allora la relazione cambia, e chi ha il potere o il ruolo di potere deve tener conto della voce dell’altro».

Come persona implicata nella relazione lo psichiatra non è un tecnico neutrale, è un intellettuale impegnato a sostegno di chi è vittima di un sistema sociale spietato che produce disuguaglianza, sofferenza psichica, marginalità e oppressione sociale. In una conferenza intitolata Struttura sociale, salute e malattia mentale, tenuta a S. Paolo in Brasile, non esita a dichiarare:

 

Il problema dell’oppressione, dell’istituzionalizzazione non riguarda solo il malato mentale o il manicomio, ma la struttura sociale nel suo complesso, il mondo del lavoro in tutte le sue articolazioni. La fabbrica in cui l’operaio lavora è alienante quanto il manicomio; il carcere non è un luogo di riabilitazione per il detenuto, ma un luogo di controllo e di annientamento; l’università e la scuola, che sono tra le istituzioni più importanti della società, non insegnano nulla né ai bambini né ai giovani, sono solo un punto di partenza o una sala d’attesa prima di entrare nel gioco della produttività. (Ivi.)

 

Proprio il suo viaggio brasiliano del 1979 permette a Basaglia di esprimersi in modo chiaro sul tentativo di dominio economico e culturale degli Stati Uniti; egli dichiara di essere andato in Brasile per capire ed imparare e, non pensando che l’Italia potesse essere un modello, spiega ai brasiliani: «L’Italia non è un paradiso terrestre, è un paese pieno di contraddizioni, un inferno come tutti ma con una speranza, la speranza di vivere in modo diverso, la speranza che domani sia davvero un altro giorno».

Risponde alle domande dei brasiliani sulla possibilità di applicare un modello di sviluppo simile a quello statunitense: «Immaginare in Brasile un’organizzazione come quella nordamericana non è possibile. Io ripeto che il Brasile non deve accettare nessun modello dai paesi sviluppati. Se il Brasile importasse la logica dei centri di salute mentale americani, sarebbe un disastro, un’importazione stereotipata di tecniche imperialiste di cui il Brasile non ha alcun bisogno». Ancora una volta il rispetto della personalità storica di ogni popolo come di ogni individuo.

È su questo tema del rifiuto del dominio e dell’assimilazione negatrice delle identità culturali che Basaglia incontra la filosofia di Jean-Paul Sartre e l’opera teorica dello psichiatra afro-martinichese Frantz Fanon, ideologo dei movimenti di liberazione.

Frantz Fanon, medico psichiatra, originario della Martinica, diventa il più importante ideologo dei movimenti di liberazione del Terzo Mondo, con la pubblicazione di I dannati della Terra, pubblicato con la prefazione di Sartre.

Per Basaglia, l’importanza dell’opera di Fanon è doppia:

1) si tratta di uno psichiatra impegnato che sperimenta le prime forme di socioterapia mettendo in discussione la logica custiodialistica e medicalizzante dell’Istituzione totale;

2) si tratta anche di uno psichiatra impegnato a sostegno dei popoli colonizzati – nel caso specifico, il popolo algerino.

In questo suo libro, Fanon delinea con profondità il carattere psicosociale della lotta di liberazione algerina ed analizza la psicologia del colonizzato evidenziando il suo rapporto di identificazione-repulsione. Chiarisce come l’aspetto centrale del dominio coloniale non sia la dipendenza economica, o meglio non solo, ma soprattutto la dipendenza psicologica.

La convinzione del suo «non-valore» introiettata dal colonizzato, della sua nullità senza il colonizzatore, questo processo di deprivazione mentale della propria soggettività, passa attraverso un annientamento molecolare e sistematico di tutte le istanze culturali della personalità storica del popolo colonizzato.

È quello che Fanon chiamerà una vera «impresa di deculturazione» che passa attraverso la negazione del colonizzato come soggetto storico e il comportamento del razzismo che lo naturalizza e lo inferiorizza continuamente.

Ma questo meccanismo di dominio funziona nella misura in cui da parte dell’oppresso viene interiorizzato l’oppressore, e quindi viene accettato – anche se in modo lacerante e conflittuale – il modello e lo sguardo del colonizzatore.

Come psichiatra del manicomio di Blida in Algeria, Fanon proverà a spezzare questo modello di dominio con il metodo della socioterapia, cioè l’uso della socializzazione (attraverso l’apertura verso l’esterno, il lavoro, le attività ricreative, la partecipazione attiva dei malati e l’apertura di nuovi spazi di cittadinanza attiva) come strumento di riabilitazione, la non segregazione dei malati dal resto della società algerina, ma anche dell’eliminazione della segregazione interna all’ospedale psichiatrico coloniale tra europei e arabi.

Fanon si rende conto che «oggetto di razzismo non è più l’individuo, ma una data forma di esistenza. Al limite si parla di messaggio, di stile culturale». «Il razzismo (…) non è che un elemento di un contesto più ampio: quello dell’oppressione sistematica di un popolo. Come si comporta un popolo che opprime? Qui esistono delle costanti. Si assiste alla distruzione di valori culturali, di modi di vita. Si svalutano la lingua, l’abbigliamento». (Les damnés de la terre, p. 32.)

In un altro testo, Pelle nera, maschere bianche, frutto del suo lavoro di psicoterapeuta in Francia prima di trasferirsi a Blida, spiega la sofferenza psichica dell’immigrato africano, nord-africano ed in particolare africano nero, Il suo tentativo di assomigliare al bianco, di pensare, di mangiare e vestirsi come lui per assimilarsi alla società francese che in realtà lo respinge. Fanon si chiede nell’introduzione del libro: «Perché scrivere questo libro? Nessuno mi ha pregato. Sicuramente non quelli a cui è indirizzato. Allora? Allora, con calma, rispondo che ci sono troppi imbecilli su questa terra»”. Si propone di andare «verso un nuovo umanesimo (…) La comprensione degli uomini (…) I nostri fratelli di colore …». (Ivi, p. 23.) Occorre affermare «credo in te, Uomo», occorre superare e capire che «il nero che vuole imbiancare la sua razza è infelice quanto colui che predica l’odio del bianco». Secondo Fanon «in assoluto, il nero [lui che era nero] non è più amabile del ceco, si tratta veramente di liberare l’uomo».

La posizione di Fanon è interessante, poiché critica ogni approccio differenzialistico, quello che Basaglia chiama «l’ideologia della diversità», che tende ad assolutizzare le differenze etnico-culturali rendendole autoreferenziali ed eterne.

Questo non vuol dire che Fanon non difenda la personalità storica dei popoli, il loro diritto a esistere come soggetti attivi della propria esistenza. Nel dibattito sulla «negritudine», sulla bellezza e la purezza della razza nera teorizzata da Senghor e Aimé Césaire, Fanon assumerà una posizione critica affermando che quest’approccio (comprensibile nella fase di autoaffermazione dei popoli colonizzati dell’Africa subsahariana) rispecchiava epistemologicamente le posizioni razziste di molti bianchi europei. Mettendo l’accento solo sulla diversità e concependo l’identità come un’entità singola, statica e astorica, i differenzialisti «bianchi» o «neri» riproducono i «ghetti mentali» che hanno interiorizzato come prodotto della situazione coloniale.

Franco Basaglia è colpito dalla profondità dell’analisi di Fanon e dal suo modo d’impostare «il problema dell’altro come escluso» che è stato analizzato da lui «nel caso particolare del negro, ma secondo un’interpretazione allargabile ad ogni categoria di rifiuto».

La sua interpretazione si allinea a quella data da Sartre sul problema dell’ebraismo, e sembra perfettamente adattabile all’analisi (qui proposta) del malato mentale come escluso.

È il meccanismo del razzismo diffuso oggi verso molti immigrati in molte zone d’Italia.

 

Nella misura in cui – prosegue Basaglia nel suo commento a Fanon – scopro in me qualcosa d’insolito, di riprovevole, non ho che una soluzione: sbarazzarmene, attribuire all’altro la paternità. In questo modo pongo fine ad un circuito di tensione che rischiava di compromettere il mio equilibrio (…) In Europa il Male è rappresentato dal Negro … l’uomo nero è il carnefice, Satana è nero, si parla delle tenebre, quando si è sporchi, si è neri … In Europa il negro, sia in concreto sia come simbolo, rappresenta il lato perverso della personalità”. (Scritti, vol. 2, p. 45.)

 

L’esempio di Fanon, la sua storia, è esemplare del percorso di molti intellettuali provenienti dalle ex colonie, ma rappresenta anche una rottura nella misura in cui rielabora se stesso, la possibilità del processo di liberazione. Processo di liberazione che egli sperimenta sia a Saint-Alban, con Francois Tosquelles, con le prime esperienze di deistituzionalizzazione della follia, che a Blida, in Algeria, nel corso della lotta contro il colonialismo francese.

 

Frantz Fanon – scrive Basaglia – ha seguito, nella sua breve vita (muore nel 1961 di leucemia negli Usa) tutto l’iter istituzionale che il sistema gli consentiva: da brillante psichiatra di Lione, a psichiatra impegnato nel Centro di Saint-Alban, a psichiatra di colore con malati di colore ad Algeri, nel periodo della guerra di liberazione. È qui che, evidentemente, Fanon chiarisce la sua posizione di psichiatra politicizzato, realizzando che il rapporto fra bianco e negro, quindi fra chi ha il potere e chi non ne ha, era sempre un rapporto istituzionale in cui i ruoli erano stati definiti dal sistema. Il massimo cui poteva portare la sua azione era il riformismo ed il perfezionismo tecnico di un’istituzione che offriva in cambio della conferma della dipendenza del malato la ‘guarigione’ e il reinserimento sociale in una realtà che Fanon definiva una ‘disumanizzazione sistematizzata’. L’atto terapeutico risultava un atto di accettazione silenziosa e Fanon non poteva che scegliere la rivoluzione come unico luogo fuori delle istituzioni in cui poter agire. (Scritti, vol. 2, p. 46.)

 

Lo stesso Fanon affermava: «siamo consapevoli d’ingaggiare una scommessa assurda nel voler far esistere dei valori mentre il non diritto, l’ineguaglianza, la morte quotidiana dell’uomo sono eretti a principi legislativi».

L’altro incontro decisivo è quello con Jean-Paul Sartre, punto di congiunzione con F. Fanon; infatti è dall’opera del filosofo francese che Basaglia trae i concetti di ansia, malafede e inautenticità per caratterizzare le relazioni umane, e in particolare quelle tra medico e paziente.

L’essere e il nulla e la Critica della Ragione dialettica permettono allo psichiatra italiano di affrontare la questione sia dal punto di vista filosofico che storico-sociale. Inoltre Sartre rappresenta la figura dell’intellettuale engagé, implicato nella lotta politica e culturale del suo tempo in nome della soggettività libera dell’uomo, e in particolare dell’uomo oppresso.

A proposito della «condizione umana del nevrotico», partendo da alcuni brani de L’essere e il nulla di Sartre sulla malafede e inautenticità, Basaglia scrive: «quando perde la propria soggettività, l’uomo si aliena di un’alienazione che non è malata, ma che è evidenza della perdita della propria libertà di scegliere e costruire sé e il proprio mondo». Attraverso la filosofia di Sartre, tenta di comprendere l’uomo alla radice, «i problemi del senso e del non senso della sua esistenza, il suo modo di porsi di fronte al mondo, la sua possibilità di essere autentico, di scegliere o di non scegliere». Egli si chiede «se il disagio inconsapevole, l’aggressività cui l’uomo dà sempre nomi diversi, l’infelicità trascesa in una oggettivazione di malafede non siano la spia di una lotta che l’uomo ingaggia con se stesso per esprimere le proprie possibilità più nascoste, per attuare la propria libertà nella valorizzazione della propria soggettività». (Scritti, vol. 2, p.34.)

Per Basaglia «l’inautenticità», che è anche l’incapacità di realizzare tutte le proprie potenzialità, non permette la «presa di coscienza di sé»; in questo caso di «che tipo sarà il rapporto di quest’uomo in autentico con l’altro?»’ . L’Altro, che non sono io, mi sarà oscuro nella misura in cui io non mi rivelo a me stesso. Questo significa che io nego agli altri la soggettività: «l’uomo in autentico non può, dunque, che proiettare fuori di sé la zona oscura che non riesce ad individuare per potersi realizzare nella propria scelta. Non può soggettivarsi, ed oggettivizza se stesso negli altri, si aliena, si dà al mondo, si rende inaccessibile, preda del mondo, si fa cosa, oggetto: dunque non sceglie».

Basaglia descrive la condizione umana alienata nella nostra società che, come ha detto J. P. Sartre, si sviluppa nell’inautenticità e nella malafede sia nel rapporto con sé che con l’altro. È la condizione servile (condizione che Sartre attribuisce non solo al proletariato, ma anche a tutta la classe media) di chi ha «venduto al signore la propria libertà per paura della propria paura».

L’uomo servile della «modernità» preferisce vivere nell’inautenticità piuttosto che affrontare la propria responsabilità nel rapporto con l’altro, quindi nel rapporto con se stesso. L’uomo servile – cioè l’uomo inautentico della società moderna – «accetta di vivere nella “sorda esistenza del vogatore con la sua squadra„’, all’ordine di un timoniere che lo tiene in pugno e che, privandolo della morte, lo priva della vita. Ansia, colpa, morte non esistono per il servo che tutto ha affidato al signore: resta il Fato, restano le Avversità del Destino, contro cui il servo, nella sua ambiguità complice, non può lottare – forze queste diventate troppo grandi per lui che ha rinunciato alla lotta fin dal momento della sua sottomissione al signore». (Scritti, vol. 2, p. 34.)

Ma neanche il signore riesce a trovare la sua libertà, perché la sua dominazione lo fa vivere nell’inautentico. Per Sartre l’autenticità è «il modo di essere, la possibilità dell’uomo di ritrovarsi, di conoscersi, di essere – per porsi – con gli altri verso il suo significato esistenziale, nella scelta: “la legge della mia libertà è che non posso essere senza scegliermi”».

Il non poter scegliersi è la condizione dell’uomo dominato che Basaglia vede nel malato di mente istituzionalizzato, nel carcerato, nella prostituta, ma anche nel nero, nel colonizzato e nell’immigrato. Questo uomo, o questa donna, vive un vero «restringimento di sé», una «perdita di senso», un «abbandono dei legami con l’altro», una «perdita della propria individualità», uno «stato di inferiorità»; viene rifiutato/a e negato/a nella sua dignità di uomo, di donna e anche di malato.

Con il filosofo francese Basaglia affronta le grandi tematiche dell’esclusione sociale e culturale, discute le teorie sviluppate nella Critica della ragione dialettica e s’interroga sulla natura della dominazione nel nostro mondo parlando del manicomio e del carcere.

Nel capitalismo avanzato quello che cambia è il tipo di organizzazione del controllo e le nuove forme di manipolazione sociale: «l’individuo è privato della possibilità di possedere se stesso (la propria realtà, il proprio corpo, la propria malattia)». In uno scritto sulla Giustizia che punisce. Appunti sull’ideologia della punizione, Basaglia fa un’analisi del sistema custodialistico partendo dalla sua esperienza personale, ed evidenzia il nesso tra la logica del carcere e quella del manicomio; carcere e manicomio hanno la funzione «di tutela e di difesa della “norma”, dove l’abnorme (malattia e delinquenza)»’ diventa la norma del momento in cui è circoscritto dalle mura che ne stabiliscono la «diversità e la distanza».

C’è una stretta relazione con l’ordine pubblico; il delinquente deve «espiare» l’offesa fatta alla società e il pazzo deve «pagare» per il suo comportamento inadeguato:

Riformatori dei codici da un lato, frenologi e specialisti dall’altro, hanno di volta in volta stabilito nuovi regolamenti, classificazioni, teorie, suddivisioni che, tuttavia, lasciavano ogni volta immutato il rapporto tra la società ‘civile’ e gli elementi che ne vengono esclusi. Ma, insieme, hanno anche lasciata immutata la natura dell’esclusione fondata sulla violazione, la mortificazione, la totale distruzione dell’uomo istituzionalizzato, dimostrando che la finalità implicita negli istituti di rieducazione e di cura resta sempre la soppressione di chi dovrebbe essere rieducato e curato. (Scritti, vol. 2, p. 54.)

 

Non sfugge a Basaglia la discriminante di classe del sistema carcerario dove troviamo soprattutto il proletariato e il sottoproletariato poiché

 

per la classe dominante è possibile sottrarsi alle istituzioni repressivo-punitive da lui create a difesa della norma da lei stessa definita, non perché fra i suoi membri non ci siano malati, pazzi o delinquenti, ma perché il loro essere malati, pazzi, delinquenti può mantenersi inserito nel ciclo produttivo (grazie al potere economico di cui dispongono). È solo chi non ha un potere contrattuale da opporre che cade nel vortice delle istituzioni. Infatti il manicomio è l’ospedale per i matti poveri, il carcere è l’istituzione punitiva dei carcerati poveri, così come le case di correzione, gli istituti per minorenni, … e tutte le organizzazioni assistenziali sono popolate di poveri”. (Scritti, vol. 1, p.50.)

 

Nel 1972 F. Basaglia intervista direttamente J. P. Sartre, il quale parla dell’intellettuale come tecnico del sapere pratico che deve «avvicinarsi alle masse, che rappresentano il vero universale, e alle loro necessità o ai loro bisogni». Sartre afferma perentoriamente: «la società che noi vogliamo realizzare è una società in cui non ci saranno emarginati».

Discute con Basaglia il tema della guarigione e del ruolo della psicanalisi; per il filosofo francese «l’idea stessa di guarigione» è assurda poiché «guarire in questa società, significa adattare le persone a dei fini che esse rifiutano, significa quindi insegnar loro a non contestare più, adattarle alla società. Questo è stato uno dei grandi torti della psicoanalisi. Evidentemente lo scopo della psicoanalisi è quello di prendere un individuo, che è più o meno ai margini, e adattarlo. Se diventa un buon dirigente o qualche altra cosa, lo si è guarito. Ora, non lo si è guarito affatto, lo si è massacrato. Non è questo il punto. Bisogna cercare in lui, capire la sua contestazione, capire ciò che voleva dire».

Sartre fa anche osservare che le classi dei dominati pensano come le classi dominanti perché ne hanno interiorizzato l’ideologia; accade qualcosa di simile per i popoli dominati. Per Sartre il carcere è la violenza psichica e fisica che fa della detenzione spesso un inferno molto diverso, sul piano pratico, dalla pena inflitta. Risponde a Basaglia che è proprio quando si condanna in nome dell’uguaglianza davanti al diritto astratto, che «ogni apparente risposta ai bisogni di tutti è, di fatto, una risposta ai bisogni del gruppo dominante». Ma Sartre si rifiuta «di confondere» l’uomo alienato con una cosa, e l’alienazione con le leggi fisiche che reggono i condizionamenti esterni; occorre cogliere la dialettica, la relazione fra l’esistenza e i suoi possibili.

Per Sartre l’uomo non è solo ciò che è («prodotto del suo prodotto»), ma anche ciò che può: è la dialettica della liberazione che si sviluppa nel cuore dell’azione umana aperta al «campo del possibili»

Nei rapporti sociali «l’uomo è vittima della sua immagine reificata prima ancora di ogni alienazione» ; l’operaio è deificato dal padrone, il nero dal bianco, il malato dal medico, il carcerato dal carceriere. In questa relazione l’uomo dominato costruisce un’immagine di se stesso che rispecchia lo sguardo del dominante.

Sartre afferma: «nel nemico odio l’uomo e nient’altro che l’uomo, ossia me stesso in quanto Altro, e che proprio me stesso voglio distruggere in lui, per impedirgli di distruggermi davvero nel mio corpo». Nel processo di reificazione dei rapporti umani in atto nella società capitalistica l’Altro viene trattato come «sotto-uomo» ed è, in fondo, «quello che accettiamo oggi». Invece, «quello che un uomo si aspetta da un altro uomo, quando la loro relazione è umana, si definisce nella reciprocità, per l’attesa è un atto umano».

Ma nella società delle merci, dell’accumulazione senza fine del capitale, l’emarginato, il malato, l’immigrato, il carcerato sono trattati come «sotto-uomini». Per Sartre «l’alterità in quanto principio di ordinazione si produce come relazione», dove c’è «reciprocità», «pluralità che diventa unità», legame comunicativo dove «ciascuno è Altro dell’Altro e Altro da sé». La reciprocità è «relazione d’alterità», «amicizia», «aiuto reciproco» e quindi «impossibilità che l’uomo sia impossibile».

Nel dialogo con Basaglia, Sartre fa notare che il razzismo «non è in nessun modo un pensiero» e che il «colonialismo definisce lo sfruttato come eterno perché si autocostituisce come eternità di sfruttamento».

L’invito conclusivo di Basaglia alle parole di Sartre resta ancora oggi di grande attualità:

 

Se si vuole trasformare la realtà – e la realtà di cui disponiamo è questa e solo questa – resta sempre il problema della contemporanea trasformazione di noi stessi e il discorso vale ovviamente per tutti. Ma la trasformazione è la più difficile, impregnati come siamo di una cultura che ci porta a chiudere ogni contraddizione – comprese le nostre individuali – attraverso la razionalizzazione e il rifugio nell’ideologia che ne enfatizza e ne prende in considerazione un solo polo. (Scritti, vol. 2, p. 56.)

 

Note bibliografiche

 

Opere di Franco Basaglia

 

Conferenze brasiliane, Raffaello Cortina, Milano 2000.

Che cos’è la psichiatria?, Einaudi, Torino 1997.

L’Istituzione negata, Einaudi, Torino 1998.

Psichiatria e giustizia, in Scritti, Einaudi, Torino 1981, vol. 2.

La maggioranza deviante (con F. Ongaro Basaglia), Einaudi, Torino 1971.

Crimini di pace, in Scritti , vol. 2.

Il mondo dell’incomprensibile schizofrenico attraverso la Daseinsanalyse,

in Scritti, Einaudi, Torino 1981, vol. 1.

Su alcuni aspetti della moderna psicoterapia: analisi fenomenologica dell’incontro, in Scritti, vol. 1.

Contributo allo studio psicopatologico clinico degli stadi ossessivi, in in Scritti, vol. 1.

Ansia e malafede – La condizione umana del nevrotico, in Scritti, vol. 1.

Comunità terapeutica, in Scritti, vol. 1.

Potere e istituzionalizzazione, in Scritti, vol. 1.

L’esclusione come categoria socio-psichiatrica, in Scritti, vol. 1.

Il problema sociologico dell’esclusione, autorità, potere e regressione, in Scritti, vol. 1.

Esclusione, programmazione e integrazione, in Scritti, vol. 1.

Crisi istituzionale o crisi psichiatrica?, in Scritti, vol. 1.

Il corpo di Che Guevara, in Scritti, vol. 1.

Frantz Fanon, in Scritti, vol. 1.

Ideologia e pratica della psichiatria sociale, in Scritti, vol. 2.

La malattia e il suo doppio – Proposte critiche sul problema delle devianze, in Scritti, vol. 2.

La giustizia che punisce – Appunti sull’ideologia della punizione, in Scritti, vol. 2.

Riabilitazione e controllo sociale, in Scritti, vol. 2.

Conversazione con J. P. Sartre (1972), in Scritti, vol. 2.

Il concetto di salute e malattia, in Scritti, vol. 2.

 

Altre opere

 

L. Binswanger, Per un’antropologia fenomenologica (saggi e conferenze psichiatriche), Feltrinelli. Milano 1975.

G. Canguilhem, Le normal et le pathologique , Puf, Paris 2005.

A. Cherki, Frantz Fanon, Seuil, Paris 2000.

M. Colucci – P.Di Vittorio, Franco Basaglia, Mondadori, Milano 2001.

F. Codato, Follia, potere e Istituzione. Genesi del pensiero di F.Basaglia, Uni Service, Trento 2010.

G. Devereux, Essais d’ethno-psychiatrie générale, Gallimard, Paris 1997.

F. Fanon, Les damnés de la terre, Gallimard, Paris 2000.

Id., Peau noire et masques blancs, Gallimard, Paris 2007.

E. Minkowski, Il tempo vissuto, Einaudi, Torino 1990.

N. Pitrelli, L’uomo che restituì la parola ai matti,Editori Riuniti, Roma 2004.

J. P. Sartre, La critica della ragione dialettica, Il Saggiatore, Milano 1975, 2 voll.

 

Come citare questo testo:

 

A. Goussot, Franco Basaglia e l’ansia dell’incontro con l’Altro: l’approccio della deistituzionalizzazione, in Educazione Democratica, m. 2/2011, pp. 236-272.

 

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