Il maiale non fa la rivoluzione

L. Caffo, Il maiale non fa la rivoluzione. Manifesto per un antispecismo debole, Sonda, Casale Monferrato 2013, pp. 127. Recensione di Antonio Vigilante.

 

MaialeRivoluzione.aiNonostante la giovane età (è nato nel 1988) Leonardo Caffo è riconosciuto come uno dei rappresentanti italiani più interessanti della filosofia antispecista, vale a dire quel pensiero che compie lo sforzo teorico di operare il superamento della separazione netta – e ben salda nel senso comune – tra mondo umano e mondo animale, e contesta quindi il diritto umano di usare gli animali come semplici strumenti, di mangiarli ed impiegarli come cavie, di sottometterli ad un sistema industriale di sfruttamento che li riduce a cose. Caffo ripercorre il pensiero antispecista confrontandosi con le teorie ormai classiche di Peter Singer e di Tom Regan, ma il suo libro è soprattutto un confronto critico con la teorie dell’antispecismo politico, vale a dire la posizione di chi ritiene che la lotta per la liberazione animale sia un momento di una lotta più ampia per la liberazione di tutti i soggetti che sono sfruttati dal sistema capitalista.

In Liberazione animale (1975) Singer difende i diritti degli animali dal punto di vista dell’utilitarismo filosofico. Secondo l’utilitarismo classico un’azione è giusta se contribuisce al piacere ed alla felicità comune, vale a dire se è utile. Per Singer un’azione è utile se soddisfa gli interessi di tutti gli individui che sono toccati da essa. Un principio che sembra non comportare grandi difficoltà, ma Singer compie il passo ulteriore di considerare non solo gli interessi degli esseri umani, ma anche quelli degli animali. Non considerare gli animali nella valutazione del carattere morale o immorale di un’azione vuol dire essere mossi da un pregiudizio. Che gli animali abbiano interessi non meno degli umani lo dimostra il fatto che soffrono esattamente come gli umani. In Singer Caffo scorge un antispecismo moderato, più che un vero e proprio antispecismo, poiché difende gli animali partendo da una caratteristica che hanno in comune con gli umani: la capacità di soffrire. Se un animale non fosse capace di soffrire, potrebbe essere soppresso senza problemi morali? Se si creassero dei polli senza cervello, sarebbe lecito allevarli in batteria ed ucciderli in massa?

All’accusa di avere una posizione ancora tutto sommato antropocentrica non sfugge nemmeno Tom Regan, che cerca di fondare i diritti animali sul valore intrinseco degli esseri non umani. Per Regan gli animali hanno un valore intrinseco, e quindi hanno diritti, non in quanto razionali o capaci di soffrire, ma in quanto soggetti-di-una-vita che perseguono interessi propri e cercano di soddisfare desideri individuali. Per Regan tutti i mammiferi dopo il primo anno di età sarebbero in grado di soddisfare questo criterio. Ma, nota Caffo, che dire degli animali che non soddisfano quel criterio? Anche in questo caso si parte da caratteristiche proprie dell’essere umano, e si riconosce il valore della vita animale nella misura in cui possiede qualcuna di quelle caratteristiche.

Caffo passa quindi a considerare la tesi dell’antispecismo politico, che come accennato è il vero bersaglio polemico del libro. Secondo questa posizione, l’oppressione che soffrono gli animali è simile all’oppressione che soffrono gli stessi esseri umani. C’è dunque un unico movimento di liberazione, che riguarda tanto gli animali, quanto i soggetti umani vittime di oppressione. Questa posizione consente di legare l’antispecismo a movimenti politici come il marxismo e l’anarchismo ed a lotte di liberazione come quella femminista. Lo sfruttamento industriale degli animali è solo l’atto conclusivo di una serie di cambiamenti storici che, cominciati con la nascita delle società agricole, hanno portato al capitalismo con la sua ideologia dello sfruttamento intensivo e della mercificazione di persone e animali. Per Caffo tuttavia non esistono prove che dimostrino che la liberazione degli esseri umani porti necessariamente con sé quella degli animali. Al centro della sua argomentazione c’è il seguente esperimento mentale (Es): immaginiamo una futura nel quale gli uomini realizzino una società assolutamente giusta, pur lasciando immutata la condizione degli animali. Se questa ipotesi è possibile, allora per Caffo esiste «la possibilità che queste liberazioni [quella umana e quella animale] viaggino su binari diversi e che siano, addirittura, su binari opposti» (p. 53). Di qui la sua proposta di un antispecismo debole. L’aggettivo, spiega Caffo (vicino al realismo di Maurizio Ferraris) non deve far pensare al pensiero debole di Gianni Vattimo; al contrario, l’autore ritiene che una ontologia sia indispensabile per l’etica antispecista. La critica, qui, è rivolta in particolare a Mattew Calarco, autore di Zoografie (Mimesis, Udine 2012), ed al suo tentativo di sostenere le ragioni dell’antispecismo ricorrendo non alla filosofia analitica, ma a quella continentale. Per Calarco, autori come Deleuze o Derrida ci aiutano a rimettere in discussione la distinzione tra umano ed animale. Per Caffo invece questa distinzione è fondamentale, poiché se tutto è indistinto, non è possibile nemmeno individuare gli animali come soggetti oppressi che bisogna liberare, venendo semplicemente a mancare una mappa del mondo. Qui l’impressione è che Caffo forzi un po’ la tesi che intende criticare. Non si tratta, per Calarco, di fondere umani, animali e cose in un unico crogiolo, facendo semplicemente scomparire il mondo come realtà costituita da enti differenti, ma di ripensare una distinzione – quella tra umano ed animale – che porta con sé inevitabilmente la degradazione del secondo termine. Non occorre uscire dall’ontologia, ma ripensare distinzioni concettuali ed ontologiche che si sono dimostrate violente. L’affermazione di Caffo che non c’è politica senza ontologia (p. 57) è vera, ma non è un argomento contro Calarco. Al contrario: è proprio perché non c’è politica (ed etica) senza ontologia, che dobbiamo ripensare la classificazione tradizionale degli enti, con la distinzione rigida tra umano ed animale. Difficile sostenere una prassi rivoluzionaria restando all’interno di una visione del mondo che ha prodotto il problema, anzi lo scandalo cui si vorrebbe por fine.

L’antispecismo proposto da Caffo è debole perché non pretende di «essere una teoria completa, in ogni aspetto, dell’atica animale» (p. 63). Esso consiste nel rifiutare qualsiasi alleanza con altre lotte di liberazione umana e nel considerare esclusivamente gli interessi degli animali. Nella conclusione il filosofo lascia posto all’attivista: per Caffo l’antispecismo richiede non solo la necessaria rinuncia a molti privilegi umani, ma anche forme di disobbedienza civile, con le conseguenze anche penali che esse comportano.

Conclude il libro un dialogo con Marco Maurizi, tra i maggiori esponenti dell’antispecismo politico e principale bersaglio polemico delle argomentazioni di Caffo. È inconsueto che un libro termini lasciando la parola a colui che critica; e leggendo il dialogo tra Caffo e Maurizi se ne comprendono le ragioni. Maurizi, infatti, risponde in un modo che appare esauriente alle osservazioni di Caffo, sì che la conclusione del libro finisce per confermare e rafforzare le tesi dell’antispecismo politico. Riguardo all’esperimento mentale di Caffo, Maurizi nota che una società liberata da ogni sfruttamento animale e naturale sarebbe anche una società in grado di prendere decisioni morali senza il peso di interessi economici, ossia una società naturalmente aperta ad una diversa considerazione del rapporto con gli animali e con la natura. Per Maurizi il legame, proprio dell’antispecismo politico, tra la lotta per la liberazione animale e le diverse lotte di liberazione umana non è un legame strumentale, per meglio far accettare la causa antispecista, ma scaturisce dalla considerazione dell’esistenza di un nesso essenziale, proprio del capitalismo, tra sfruttamento della natura e sfruttamento umano.

Comunque si valuti l’esito del dibattito, non si può che apprezzare l’onestà intellettuale di un autore che lascia al suo avversario – termine non del tutto adatto, poiché si tratta di divergenze tra persone che condividono una stessa lotta – il diritto di replica e gli offre la possibilità di esporre in modo esauriente le proprie controargomentazioni.


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