Dialogo fuori le mura

di Paolo Vittoria e Giuseppe Ferraro ▪ Leggi su Calaméo ▪ PDF

 

PAOLO: Giuseppe, ti ho chiesto un dialogo sulle tue esperienze di filosofia in carcere. Suggerisco la parola «dialogo», perché il dialogo come incontro di discorsi, pensieri, riflessioni, si basa su domande comuni, è una pratica creativa e critica, presuppone una curiosità reciproca: è una relazione coscienza-mondo. Ci insegna a riscoprire le esperienze: il dialogo è una pedagogia della domanda. Ti chiedo un dialogo e comincio a riflettere: nella tua corrispondenza con Carmelo Musumeci (nel blog Urla dal silenzio)1 scrivi che la «democrazia» di un Paese si vede dal carcere. Sarebbe giusto, quindi, studiare la democrazia degli Stati Uniti ignorando Guantanamo? Si può conoscere la nostra democrazia senza tenere conto dei suicidi e delle torture in carcere? La storia del Brasile non è anche la drammatica storia della rivolta dei detenuti di Caruandiru?2

 

GIUSEPPE: Paolo carissimo, ti rispondo subito con una confessione. Non so fare domande. Lo consideravo un difetto, con amarezza, pensavo alla mia incapacità. Soprattutto nei convegni. Fare la domanda. Io non so fare domande. Poi ci rifletto e penso che noi siamo qui per dare risposte non per fare domande. Accolgo perciò con piacere che non sia un’intervista, che finisce sempre nella prossimità dell’interrogatorio. Va bene allora dialogo, perché nel dialogo si è rispondenti, corrispondenti, da una parte e dall’altra, si danno risposte. Ho scritto spesso, e detto sempre, che in filosofia le domande non si pongono, ma si impongono. Vengono da sole. Si presentano. E chi fa filosofia ha il compito di rispondere al presente, a ciò che si presenta. Chi fa filosofia ha il compito di vedere quello che è reso invisibile da ciò che ci si fa vedere. Allora pensa a questo: il carcere è un luogo invisibile, fuori della città, ai confini della città, la sua eccezione è perciò dove più è cruda la regola, cioè senza più relazione, regola vuota, costrittiva, inappellabile. Pensa a quale ribaltamento epocale. Una volta la pena la si faceva vedere, era esemplare, adesso è nascosta, nessuno deve sapere. I diritti sono sospesi, ristretti, piuttosto cancellati. Allora si tratta di vedere in quell’invisibile ciò che il visibile dell’attualità, dei tempi correnti della città, non lascia vedere. Certo che è una pratica educativa. Chi educando si educa viene sempre da, conduce un discorso sempre a partire da, come vuole l’etimo della parola educazione. Allora bisogna ogni volta misurare la pratica educativa da dove si porta e guida il discorso. In questo caso dall’invisibile. Non solo in questo caso. Il grado di democrazia di un paese, dico sempre, si misura dalla condizioni delle sue carceri e delle sua scuole, quanto più le scuole saranno meno carceri e quanto più le carceri saranno più scuole, più sarà alto il grado di democrazia di un paese. Il nostro sta messo male. Vale per ogni paese. Pensa all’ergastolo ostativo in Italia, pensa al fine pena mai, pensa all’ergastolo in Germania e capisci la differenza tra la democrazia in Italia e in Germania. Vale per ogni paese. Dici bene, vale anche per il Brasile. Fatemi vedere le vostre carceri e vi dirò quale è il grado delle vostre democrazie. Se poi penso che nelle carceri italiane gli ergastolani ostativi sono tutti meridionali, mi viene anche da riflettere che è dal carcere che si constata il grado di unità del paese, parlo dell’unità d’Italia. È una vecchia storia, lo sai. Ogni volta che si è trattato di una svolta nell’ambito dell’organizzazione sociale di un paese, in un passaggio di epoca preciso, si è trattato di una riforma dei delitti e delle pene e di una modificazione dell’architettura delle carceri. Il carcere di Avellino, che fu chiuso solo negli ottanta del Novecento era costruito secondo il disegno del Panopticon e con regole di accessibilità dei parenti esemplari e mai prima comprese: un avanzamento sociale allora che coincideva con un avanzamento e modifica delle forme di controllo. Il carcere precedente vedeva persone incatenate, in piedi, ed esposte alle intemperie. Non era ad Avellino ma in un paesino poco distante, isolato. Celle, come scantinati. Il carcere attuale è costruito secondo l’edilizia popolare. In quelli più «accorsati» non ci sono le chiavi gialle, ma ci sono le schede per aperture automatiche. Il carcere di Secondigliano è costruito, ed è una follia, tra le palazzine del quartiere di Scampia. Come dire trasferimento immediato, appena di fronte. E appena di fronte nelle case, mi raccontano, d’estate si sentono le urla dei carcerati. Certo che del carcere si parla solo per un numero di suicidi, che, ti assicuro, ne nascondono molti altri, e non solo tra i detenuti, ma anche tra gli agenti e non ultimo il caso di una direttrice. Del carcere si parla quando conviene per finanziare progetti, talvolta assurdi e fatti per non essere realizzati. Certo che parlare del carcere è come guardare in fondo al pozzo della democrazia. Di tutto questo siamo chiamati a rispondere, a dare risposte, che non faccio fatica a dire che devono essere personali, nel senso di impegnare. Guai a farne discorsi che spiegano o giustificano o permettano, si fa politica quando si risponde di sé in quel che si dice di vedere.

 

PAOLO: Giuseppe, penso davvero che nelle tue risposte ci siano domande, interrogativi, inquietudini e che queste domande abbiano un luogo profondo visibile in comune, che è l’indignazione, che è la necessità di rispondersi. Perchè? Perchè celle come scantinati? Perchè esistono luoghi delle pene invisibili? Perchè creare un’architettura del controllo? Come si finisce in questi scantinati? Come si cade in fondo al pozzo della democrazia?

«Siamo chiamati a rispondere», mi dici, «a dare risposte», ma io non ho ancora risposte, per lo meno addesso. In carcere ci sono entrato una volta sola. In una città caldissima del Brasile che si chiama Presidente Prudente. Non ti so dire il tempo che ci sono stato perchè lá dentro il tempo non esiste, cioè si perde il tempo e il tempo ci perde, scompare nell’ «eterna attesa». Creammo un gruppo di dialogo con i detenuti sulla biblioteca e la scuola che avevano creato. Uno di loro era un ex insegnante; un altro voleva fare il musicista: avevano dei sogni. Mi chiedevo continuamente quale fosse stata la loro «colpa», quale «pena» stavano scontando. Mi sembrava che loro avessero bisogno di noi anche per avere contatto col tempo di fuori e col tempo «passato». Noi eravamo «fuori» e loro «dentro» e questo… creava uno strano gioco inverso e controverso di sensi di colpa. D’altra parte, osservavo che l’educazione sortiva effetti. La scuola in carcere e la biblioteca avevano un significato fondamentale: dare senso al tempo, dare senso al luogo. Dare significato alla vita. Creare autostima, dare possibilità creative.

Faceva veramente caldo e mancava l’aria. Cominciavo a capire che significa l’ora d’aria. Che vuol dire «andare a prendere un po’ d’aria». L’aria fa parte del tempo di fuori, bisogna andarla a prendere per un’ora e conservarla giorno e notte. L’aria ci ricorda il tempo. Ho capito che il carcere entra nei polmoni…

 

GIUSEPPE: Non dobbiamo dare risposte che spieghino, giustificano o altro. Dobbiamo rispondere di noi stessi. E tu rispondi di te quando parli del carcere che entra nei polmoni soffocando come un’aria irrespirabile. Il corpo proprio risponde. E sono le sue risposte che soffochiamo. Il carcere è sul corpo. L’indignazione è una ribellione del corpo proprio. Lo vestiamo, lo educhiamo nell’armonia dei movimenti, lo incarceriamo. Lo immobilizziamo, perché il corpo è movimento. L’ora d’aria è l’ora di uno spazio appena meno ristretto. È terribile l’ora d’aria. Ci sono spazi assurdi. Delle stanze, delle celle, più grandi e senza il tetto. Le ho viste. Ho visto anche quelle che erano invece dei cortili, ma chiusi ai lati e sopra con delle reti. Li ho visti come animali in gabbia. Simili a quelli di Guantanamo. È diverso però vederli dal «vivo». Andavano a due a due i detenuti. Ciò che mi colpiva era il passo veloce del loro cammino, sembrava che dovessero andare da qualche parte, non arrivavano mai fino in fondo al muro. Giravano prima per ritornare indietro o andare avanti. È lo stesso. Non c’è una linea, un percorso. In carcere ti si spezza il cammino. Bisogna essere attenti. Non limitarsi alla percezione. Terribile. Quelle volta che le guardie mi dicono di attendere lasciandomi chiuso dai cancelli di passaggio dei corridoi, quando non c’è più nessuno. Basta appena un minuto per farmi sentire di impazzire. Dico sempre che il grado di democrazia di un paese si misura dallo stato delle proprie carceri e delle proprie scuole; quando lo studio non sarà un pena e quando la pena sarà per un detenuto il diritto di ripensare alla propria vita, a ciò che non è diventato ed è allora anche la democrazia sarà l’espressione sociale di una comunità libera di uguali e differenti nella propria singolarità di uguali.

In carcere, ripeto, non ci sono solo i detenuti. Il carcere è una comunità negata. Bisogna fare attenzione a tutti quelli che vivono nel carcere e del carcere, offrendo tutti gli strumenti necessari per poter fare della pena un diritto e non una punizione. Un diritto sociale. Promuovere la collaborazione sociale. Si dice «recupero», ma sa troppo di esame, «recupero» scolastico. La scuola deve mettere ognuno nelle condizioni di apprendere. È la normalità che produce colpe e delitti. Sempre «era una persona normale» chi ha fatto poi del male. È la normalità che occorre curare e l’essere sano che bisogna prendere in cura.

Ho ricevuto la lettera di un detenuto. In isolamento. La lettera era timbrata col visto che poteva passare. Mi ha colpito. Mi sono trovato, confesso, nella difficoltà di rispondere. Anche la mia risposta sarà vidimata dopo un’attenta lettura. Questo sguardo che legge tra le righe, questo sguardo che ti guarda dentro come non pensi di riuscire nemmeno tu a coglierti pienamente. Questo sguardo del sospetto ti sta addosso e dentro. Un tempo la punizione era pubblica, tutti dovevano vedere, adesso gli occhi li hai addosso tu solo, li hai dentro.

Ho scritto al detenuto che tutto questo poteva essere un bene. È un bene. Se lo si prende sul piano educativo. Se si comincia a pensare che bisogna scrivere e parlare come se ti ascoltasse e vedere chi col suo controllo rappresenta la società. Chi ti fa vedere e sentire, chi ti fa capire che devi esprimerti in questo o quel modo per non essere frainteso. Si costituisce così la coscienza. Si costituisce a questo la gregaria età della coscienza del gregge diceva Nietzsche. Bisogna tuttavia parlare ed esprimersi, educare anche lo sguardo come se ci fosse ad ascoltarti qualcuno, chi ti vuole bene, chi non puoi offendere, chi non puoi avere a male, per educarsi a dire del bene. Quando manca chi ti ascolta dentro così, quando è solo il controllo, l’effetto è quello di sottrarsi e di ingannare. Lo capiamo sui luoghi di lavoro, non solo in carcere.

Accade perciò che il carcere sia la misura estrema di tutto quello che avviene fuori. Anche in carcere se hai un amico puoi fare un percorso diverso. Ecco perché tengo corsi in carcere, per ascoltare, per essere un punto di ascolto diverso. Non io ascolto, ma loro si ascoltano parlando di cose e con espressione che non avrebbero mai usato e che nessuno ha mai fatto usare e pensare prima perché nel carcere bisogna essere chiusi nel proprio castigo, nel proprio male.

Dico che il carcere è la misura estrema di quel che avviene «fuori», nella società. Il sospetto, l’inganno, la menzogna, la mortificazione, non solo la morte. Fuori si svolge al grado di metafora tutto quanto in carcere si svolge nella cruda realtà del sequestro del corpo proprio. Oggi le carceri, ripeto, non sono più costruiti in luoghi isolati. Stanno dentro le città, dentro i paesi ovvero i paesi ci crescono intorno. Si formano presto gli insediamenti dei familiari, si fa economia intorno al carcere. Il liberalismo spinto che stiamo vivendo è anche questo. L’economia è legale e illegale, si alimenta dall’una sull’altra. Anche i quartieri sono delle carceri, lo sono anche le favelas così come le carceri sono favelas murate.

 

PAOLO: Mi rendo conto di come il carcere sia un sistema invisibile, o meglio, la parte invisibile del Sistema. Il sistema, a Rio de Janeiro come a Napoli tende a nascondersi. Chi pensa di non esserne parte, non lo conosce o finge di non conoscerlo. Fa male a chiunque. Diviene malattia sociale, a volte invisibile, ineffabile.

Il Sistema produce, produce, produce come una fabbrica. Lavora giorno e notte, incessantemente con un ritmo di produzione al di sopra della media. Produce e si riproduce. Scompaiono gli attori, ma il copione continua. A volte mi chiedo se abbiamo capito fino in fondo la frase di Karl Marx: «l’uomo è prodotto di una determinata società storica». Se così fosse, il detenuto sarebbe il «prodotto» di quale fabbrica?

Il sistema produce e agisce grazie all’ignoranza. È anche una fabbrica di ignoranza, ma non l’ignoranza dei «saperi», quanto l’ignoranza delle «azioni», dell’«agire», per questo diviene vigliacco. Mi viene in mente la distinzione tra l’«agire per ignoranza» e l’«agire in stato, in condizione di ignoranza». Mi sembra che il «sistema», agendo sull’ignoranza, punti ancor più a provocare «lo stato, la condizione di ignoranza», il «non sapere delle proprie azioni». Agisce sull’incosciente, sul non cosciente, ha bisogno dell’incoscienza. Produce e smercia per produrre lo stato di ignoranza. Il consumo di crack in Brasile è cresciuto tantissimo negli ultimi anni. Così come esiste un mercato della colla tra i ragazzi di strada. Il sistema è uma holding, un mercato globale.

Durante i vostri incontri, i detenuti in carcere si ascoltano, utilizzano parole che non hanno mai usato, che non gli hanno mai fatto usare. Immagino che creino parole, che sentano la scoperta della parola inedita. È una parola che nasce in un luogo, una comunità negata, tra le mura del sistema … la parola …

 

GIUSEPPE: Ascoltare, questo è il punto. Parlare ascoltando. Si, il sistema produce, ovunque c’è un sistema si dà una produzione. Il punto non è contrastare il sistema, ma è stabilire un sistema ancora, un’apparecchiatura, un dispositivo, che sia piuttosto una disposizione. A spiegare il sistema ne restiamo impiegati noi stessi. La mia esperienza è stata e resta non la ricostruzione di una genealogia della pena e della sua architettura e «architettazione», ma di dare parola, di attraversare il carcere, sentirne le voci, congiungere voci a parole, perché il carcere è dove la parola è sequestrata, separata dalla voce. Carcere è dove la parola è ristretta. In carcere ci si esprime per diminutivi, si dice «domandina», «richiestina», quando si tratta di un bisogno di diritto, ogni parola è diminuita, ristretta. C’è da fare un particolare lavoro sul linguaggio carcerario, non solo per i detenuti. Ripeto sempre che il carcere è una comunità, se ci sono suicidi in carcere, la maggioranza assoluta è di detenuti, c’è però una minoranza di suicidi, non denunciata, che riguarda gli agenti di polizia. In un carcere c’è stato anche il suicidio di una direttrice. Ma cerchiamo di non allargare troppo le file del dialogo, restiamo alle relazioni. Andiamo al di là delle spiegazioni. Operiamo. Disponiamoci.

Quello che facciamo in carcere, come ho detto altre volte, è che «ci tocchiamo». Parliamo di ciò che ci tocca dentro, diamo parola, usciamo fuori dalla quotidianità del carcere, non parliamo né di condizioni, né di diritti negati, né di processi. Li conosciamo. I detenuti ne parlano ogni momento. Ripeterceli è come fasciarci di nuove sbarre e trovarsi detenuti per crimini e prigionieri per pregiudizi e rappresentazioni sociali. Parlare di ciò che ci tocca da dentro è, certo, evadere, ma dalla prigione, non dal carcere. Quando dissi che la filosofia è l’arte della fuga, facendo sobbalzare l’agente che controllava il nostro incontro, intendevo una fuga dalla rappresentazione che subiamo noi stessi di dentro noi stessi. Con «arte della fuga» intendevo la risonanza del tempo proprio, interiore, la cadenza dei propri affetti, la parola della propria voce. Mi ripeto, i confini di una città sono confini di voci, quando restano attonite o si smorzano in un grido, quando la voce non ha parola allora anche la città finisce. E in carcere siamo ai confini della città, al di là dei confini.

 

PAOLO: Certo, credo che il sistema si affronta mediante un’azione contro-egemonica che presuppone la creazione e la costruzione di un dispositivo di pratiche, valori, condivisioni, parola. Non statico, non immobile, assume forza e forma nel movimento sociale, politico, culturale, educativo. Siamo esseri di relazione, ci formiamo nella relazione, siamo nati da una relazione. Quindi è nella relazione che si costruisce l’educazione e la relazione assume forza politica nel movimento sociale. Hai chiamato la tua pratica «filosofia fuori le mura», è anche il titolo del tuo ultimo libro3. Fuori le mura del carcere, fuori le mura della scuola, fuori le mura dell’educazione … Mi viene in mente un libro francese, da cui hanno fatto anche un film: Entre les murs. Racconta di un professore in una scuola francese, una di quelle scuole che vengono comunemente chiamate «scuole difficili»… come se esistessero «scuole facili». Questa volta non è la storia del «professore eroe», ma del professore con le sue debolezze, le sue indecisioni, la sua umanità disumana, disumanizzata, con una irrisolta incertezza tra autorevolezza e libertà. A volte, la scuola è disumanizzante, ti chiude tra le mura, mette in gabbia, professori e alunni. Ti da voglia di evadere, di spaziare con la mente, di pensare altri luoghi. Le mura poi ti opprimono, chiudono gli orizzonti, restringono spazi, e resta il mondo fuori. Questo accade quando c’è un modello di conoscenza, un modello di sapere, un modello di cultura, un modello di speranza. Quando apprendere vuol dire adeguarsi a uno di questi modelli e non dare impulso all’impeto creatore. Essere oggetti di un sapere già fatto, stabilito, deciso, costruito nel corso degli anni, dei secoli e dei millenni. Un sapere che spaventa, perchè più grande di noi. Cosa sarà un minuto del nostro pensiero rispetto a millenni di storia della filosofia? Il sapere edifica mura secolari negli indici dei libri, nella sapienza dei filosofi, nell’odore della carta come qualcosa di estraneo che non possiamo descrivere e riscrivere. Ci hanno insegnato che i libri non si «sporcano», ovvero, non possono essere riscritti, perchè altrimenti si rovinano …

 

GIUSEPPE: Ho chiamato la mia pratica «filosofia fuori le mura». Parlo dell’uso della filosofia, non dell’uso che se ne fa della filosofia nelle università ma dell’uso della filosofia fuori dalle prigioni accademiche. Un fuori non geografico, anche dentro l’università si può fare filosofia fuori le mura. Una pratica, un metodo o, piuttosto, quello che la filosofia ha sempre avuto come sua pratica: uscire fuori del discorso normativo, andando al di là, un’arte della fuga appunto, ma come si può intendere la fuga nella doppia significazione di dare la caccia, perseguire e insieme allontanarsi, dare corso. C’è anche l’altra accezione, ripresa da Heidegger quando parla del fügen del Gefügen come della commessura, del mettere insieme. Filosofia fuori le mura intende appunto un fuori da ogni reclusione, per una commessura di legami che saggiano quanto e quali siano le più importanti relazioni che fanno la nostra vita.

È un percorso assai diverso dalla genealogia perché si rivolge non all’uso del corpo, ma alla sua liberazione, non rimanda all’ordine del discorso, ma alla pratica della voce. Ecco perché «toccarsi» rimanda ad ascoltare e al parlare ascoltando.

Si ascolta veramente solo quando si ascolta con la propria voce interiore, si ascolta veramente quando ci si parla di ciò che un altro dice. Evidente che si tratta di una pratica educativa. Come avviene … tutto questo è descritto, spero in modo abbastanza chiaro, nel libro L’innocenza della verità4 che indica già nel titolo la pratica della filosofia fuori le mura. Si dice che l’innocenza si perde, che c’è un’età dell’innocenza che si perde, si lascia alle spalle. Si dice che l’innocenza si perde e colpevoli si diventa. Ecco, si può invertire questa linea pregiudiziale di ogni vita e dire che la colpa si può perdere e che innocenti si può diventare. Una pratica di verità. In fondo i corsi di filosofia che tengo in carcere girano intorno alla «colpa» e alla «coscienza di colpa», così come nella genealogia della morale, senza però restare alle tracce dell’archivio della coscienza e della colpa, per aggirare quella coscienza della colpa che giustifica allo stesso detenuto la punizione carceraria, per arrivare all’altro capo, opposto: la pena come diritto di un percorso di verità, della propria verità. Non della verità oggettiva o soggettiva o relativa. Niente di tutto questo. La verità propria. Quella che si tiene dentro e che dice della propria innocenza, del proprio non volere del voluto e del proprio volere del non aver voluto. Un percorso inverso alla genealogia, ripeto, perché si tratta di ripensarsi, di diventare innocente e reclamare, questo è importante, non la certezza della pena, ma la pena giusta, quella che deve poter essere commisurata non solo al processo giudiziario, ma al processo personale di ripensamento di se stessi e perciò come una pena che si commisuri ai cambiamenti, alle modificazioni, alle trasformazioni. I tempi della pena devono essere proporzionati ai percorsi personali. Non è un lavoro di terapia o di psicologia. Un lavoro di cura di sé, una epimelesi, non una terapia.

Le lettere sono importanti, non fosse altro perché indicano una «corrispondenza», rappresentano poi la parte documentaria dei nostri incontri, ma sono per tale documenti in corso, non di archivio, ci si scrive per iscriversi in un testo che sia espressione del proprio percorso di lettura interiore.

In Filosofia fuori le mura si parla di un sogno, non come soddisfacimento di un desiderio, ma come pratica del desiderio, ovvero come pratica del sogno di liberazione, fuori le mura.

 

Note

1 http://urladalsilenzio.wordpress.com
2 Il massacro della Casa di Detenzione di Carandiru nella città di San Paolo risale al 1992. Nacque da una ribellione dei detenuti e, a causa di un’azione della polizia militare, causò 111 morti. Una vera e propria strage che ha scritto una delle pagine più nere della storia del Brasile. L’entità della strage fu divulgata solo il giorno dopo, un’ora prima della chiusura dei seggi per le elezioni municipali. Il colonnello che ha diretto le operazioni, Ubiratan Guimarães, fu accusato di omicidio e condannato a 632 anni per 102 delle 111 morti. L’anno dopo, grazie a una revisione della sentenza, fu assolto ed eletto deputado nella città di São Paulo.
3 G. Ferraro, Filosofia fuori le mura, Filema, Napoli 2010.
4 G. Ferraro, L’innocenza della verità. Corso di filosofia in carcere, Filema, Napoli 2010.
 

Come citare questo testo:

 

P. Vittoria, G. Ferraro, Dialogo fuori le mura, in Educazione Democratica, n. 1/2011, pp. 51-60.

 

Torna all’indice del numero



Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *