Cosa porta in carcere le persone? Un’esperienza di maieutica strutturale nella casa circondariale di Pisa

di Francesco Cappello ▪ Leggi su Calaméo ▪ PDF


Premessa
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Quattro anni fa a Pisa insieme a Paolo Benvenuti abbiamo organizzato una settimana di studi e iniziative intorno a Danilo Dolci (Inventare il futuro, attualità di Danilo Dolci, 27 febbraio-4 marzo 2006). In quel contesto tra i tanti progetti in cantiere avevamo previsto la realizzazione di numerosi laboratori maieutici in diverse scuole della città, presso alcune Circoscrizioni, La Casa della Donna, la locale SSIS e presso la Casa Circondariale Don Bosco.

Dopo aver spiegato agli operatori del carcere in cosa sarebbe consistita l’attività maieutica che proponevamo, seppure con molte perplessità da parte loro, ne ottenni il benestare. Il risultato lo potete leggere nelle pagine che seguono . L’emozione che provammo quella sera fu intensa ed autentica.

Qualche giorno dopo era previsto un resoconto pubblico dei laboratori nell’Aula Magna della Sapienza. La commozione, quando due di loro raccontarono l’esperienza laboratoriale e rivolgendosi a me dissero che mi rivolevano in carcere con loro… quella commozione, non sono in grado di raccontarvela… Qualche tempo dopo ricevetti alcune loro lettere. Una di queste potrà dirvi sicuramente qualcosa di più ed è perciò che la troverete in fondo a tutte le parole del laboratorio. È una lettera a tutti noi educatori.

Il laboratorio


Mi chiamo Francesco I. Sono in galera da 4 anni circa. Questo nel mio caso l’elemento fondamentale.

Mi chiamo Giovanni, sono in galera da 3 anni per errori commessi nel passato.

Io sono Fabio, sono stato trasferito qui e, che posso dire? Vengo da 16 anni di tossicodipendenza, ho una moglie, un bambino.

Io mi chiamo Gueye Kara, sono qui da, diciamo 8 mesi, sono qui per alcune telefonate… ma, niente. Ho moglie e bambino, laggiù in Senegal dove vive tutta la mia famiglia. Mi hanno trovato con 15 grammi di eroina, ho venduto fumo e mi hanno accusato di spaccio.

Mi chiamo Rafiki. Mi ritrovo qua per errori successi nel passato, nel mio passato in Francia, a Nizza. Sono qui da quasi sette mesi e devo fare ancora altri 4-5 anni.

Vuoi aggiungere qualcosa?

Va bene posso raccontare come sono venuto qua in Italia. Ero piccolissimo, ero con mio padre in Francia, a Nizza. È iniziato tutto all’improvviso così. Lui non è una persona che io, ecco, non l’ho mai capito da quando ero piccolo, è lui che mi ha fatto uscire da Francia. Facevo un lavoro durissimo. A 16 anni sono venuto a Milano. Da quell’epoca lì non l’ho più visto. Problemi familiari? Non vado d’accordo con lui. Da 16 anni fino ad ora ho combinato delle cose, mi sono trovato costretto a farle perché fuori, se vai a chiedere un lavoro in una ditta, la prima cosa ti dicono chi sei? Non sanno chi sei se non hanno un tuo documento… se non hai un documento per presentarti non ti danno lavoro quindi sei costretto ad andare a fare cose che ti possono procurare soldi velocemente e quei soldi ti servono per vestirti, per mangiare, per procurare un posto dove dormire e col passare del tempo uno si trova nel mondo della droga….

Io mi chiamo Foudal. Ammetto che anch’io ho commesso degli errori. Ero minorenne. E purtroppo quando arrivi non c’è chi ti consiglia come fare. Anch’io sono arrivato da solo, purtroppo mi trovo da solo, non c’è nessuno che viene e che ti regala soldi e così mi sono ritrovato in carcere minorile e poi ora qui in carcere da maggiorenne. Però ammetto che ho commesso questi errori e voglio chiedere scusa e che magari mi danno un’altra possibilità perché io voglio lavorare, fuori ho la ragazza, perché loro si fidino di me e io posso dimostrare il mio valore.

Vi faccio i miei complimenti per come parlate bene la nostra lingua. Deve essere veramente difficile arrivare in un altro paese, bisognosi di tutto e con nemmeno la lingua per poter chiedere.

Io nel 2001 mi hanno portato a Bari e a Bari ho fatto anche degli spettacoli. Ho fatto il teatro con un direttore che mi conosceva, ho conosciuto della gente là e poi ho imparato, mi hanno portato a fare uno spettacolo fuori a Bari e poi di nuovo mi hanno portato a Bologna, ho fatto uno spettacolo a Bologna. Io sto pagando ora per cose che ho fatto da minorile. Penso che ognuno di noi quando è giovane ne può fare di tutti i colori e se non c’è la famiglia che lo consiglia è difficile però ora quando hai una certa età ti rendi conto di quello che hai fatto in passato perché quando non hai un padre e una madre che ti consigliano non riesci. I nostri genitori non ci hanno mandato per fare queste cose ma noi si sentiva l’Italia, non so come te lo posso spiegare… però ora è una fregatura perché abbiamo visto l’Italia com’è. Perché noi non si immaginava come era. Non pensavo così. Fai le pazzie di quando sei minorile. Con due amici siamo montati e siamo venuti. Non sapeva neanche la mia famiglia che io venivo qui perché io ero andato a scuola, avevo anche i libri ma sono partito, ho preso la nave e sono venuto qui e loro mi aspettavano…

Sono Mario, da quel che vedo sono il più anziano sicuramente…

…ho una lunga pena ma sono colpevole, ci mancherebbe. L’unica cosa che mi rammarica di questa pena è che è troppo alta per il mio reato, non socialmente rigoroso: varie truffe alle banche, svariate. M’hanno dato una caterva d’anni. Comunque sia, questo è il mio rammarico, poi qua in carcere ho trovato una realtà buona, non lo dico perché c’è il direttore qua davanti. Mi ha dato l’opportunità di riprendere gli studi universitari. Avevo preso il diploma di maturità scientifica nel ’61 e ti puoi figurare che ho ripreso nel 2003. Ho dato già 10 esami e continuo il mio percorso però mi mangio le mani che mi hanno dato 12 anni, mi sembra una assurdità, manco se avessi ammazzato qualcuno

Grazie Mario

Prego

Salve. Andrea G., vengo dalla Sardegna, Alghero. La mia pena è 3 anni e 6 mesi di cui 2 anni già fatti. Convivo con una ragazza, sono padre di una bellissima bimba.

Come si chiama la tua bimba?

Suami Natalìa. Siamo qua, perché, giustamente avendo commesso dei reati, abbiamo infranto la legge. Si cerca di tirare avanti nel migliore dei modi, vista la situazione dove ci si ritrova. Mi hanno dato la possibilità di poter lavorare in cucina come cuoco.

Una voce: Io non ho ancora digerito però…

Non sono ancora morti quindi presumo che cucino discretamente e poi niente, la realtà carceraria purtroppo è quella che è. Qui si sta discretamente, da altri parti si sta male, da altre parti meglio dicono le voci, bisogna vedere se è vero. Diciamo che qua, tutto sommato, per essere alla mia prima detenzione mi sono trovato abbastanza bene con dei ragazzi abbastanza in gamba.

Grazie Giorgio

Francesco II. Ho 27 anni, sono nato a Firenze ma vivrei, carcere permettendo, a Viareggio. È tre anni che sono in questo carcere per un incidente di percorso Ero giovane e immaturo. Ho deciso di riprendere gli studi e sotto Natale prossimo mi laureo in economia. Lavoro, sono iperattivo, faccio tremila cose, bene o male mi passano le giornate e giorno dopo giorno arriva l’inverno…

Io mi chiamo Luigi, vengo da Genova, mi sono costituito in questo carcere. Pur avendo una condanna alta sono quasi a metà pena. Ho avuto varie carcerazioni sempre per reati legati a spaccio, detenzione e uso di droghe. Niente, sono venuto qua e devo dire che non si sta poi tanto male rispetto alle altre realtà carcerarie, riusciamo ad avere anche qualche permesso, quindi…

Io sono Vito, sono l’ultimo arrivato. Sono arrivato da 15 giorni. Vengo da una realtà molto più triste, un carcere diverso da quello di Pisa. Come impatto mi trovo molto meglio qui. Sono dentro perché ero un ragazzo che a vent’anni pensava di avere il mondo in mano e nel carcere della vita ha cercato di calare una parete tiranna, per costruirmi il mio piccolo giardino fiorito ma per farlo, ho fatto lo sbaglio di infrangere la legge e oggi sono qui a pagare.

Grazie Vito.

Tutti voi avete già riconosciuto la vostra responsabilità individuale. Riconoscete la vostra colpa e la necessità di scontarla. La domanda che voglio porvi, non so se difficile o facile, è questa: Cosa porta in carcere le persone? È solo la responsabilità individuale che tutti peraltro riconosciamo? O c’è qualcos’altro? E di che può trattarsi? Ve lo chiedo perché so che voi siete degli esperti in questo. Noi spesso consideriamo esperti solo quanti, sociologi, psicologi, urbanisti studiano dai libri e cercano di capire la realtà riuscendovi più o meno bene ma tutti noi sappiamo che un esperto senza una esperienza diretta è un controsenso. Un caro amico a cui avevo detto che sarei venuto a trovarvi mi ha scritto: ricordati che i veri esperti della libertà sono i carcerati. Esperti, anche perché si è vissuto in prima persona e si è avuto modo di pensare e ripensare alle cose che sono parte della propria vita. Tornando allora al nostro interrogativo: Ci può essere qualcosa di sbagliato nel luogo in cui ci si trova a nascere e vivere che non ti aiuta a evitare il carcere? Voi tutti avete alle vostre spalle un percorso, un pezzo di vita. Vi chiedo di guardare alla vostra esperienza personale ma anche a quella degli altri, delle persone che avete conosciuto. Vi invito a pensarci qualche minuto per poi ascoltarci. Chi vuole, pensandoci, prenda un appunto. Io ho visto che quasi tutti voi siete arrivati con quaderno e penna. Qui abbiamo altre penne e fogli per chi volesse farne uso.

Dopo qualche minuto

Ciascuno ora dirà quel che sente importante e urgente dire. Spesso accade che ascoltandoci ci vengono in mente molte cose che istintivamente vogliamo dire subito. È importante quando sentite accadervi questo che vi appuntiate quanto vi viene in mente per poi chiedere la parola e parlarne.

Francesco I: Io voglio dire una cosa che quando uno spiega i suoi perché è condizionato da quello che sente, da quello che legge. Alla fine non si capisce se è un pensiero suo, oppure bisognerebbe definire che cosa significa «un tuo pensiero» nel senso che è un pensiero ma è costruito con il tempo, giusto? Mi viene in mente un film «una poltrona per due» (sorride) il concetto lì era di dimostrare che l’ambiente delinquenziale influenzava l’individuo in misura maggiore rispetto alla sua bontà come individuo.

Vuoi dire che anche la migliore delle persone…

Esatto, anche il più bravo e buono trovandosi in un ambiente delinquenziale diventa piano piano, col tempo un delinquente perché prende, vive, respira ed è completamente immerso in quell’ambiente, quindi ne subisce l’influenza.

Ora capisco meglio anche la tua premessa, perché tu, Francesco, avete sentito quando parlava prima, hai detto: non so fino a che punto un pensiero è un mio pensiero, lasciando intendere nel seguito del tuo argomentare: non so fino a che punto un mio comportamento è un mio comportamento e in quale misura possa essere, anche fortemente influenzato dal posto in cui si vive, e in effetti basta osservare come anche il semplice gesticolare di Rafiki, Gueye Kara e Foudal sia diverso dal nostro di italiani.

Esattamente.

Giovanni: Sì, la cosa che ti spinge in carcere è l’ambiente perché tu certamente ti scegli un’amicizia e vivi in quell’ambiente, in quel contesto lì, comunque sei tu che ti aggreghi a un tipo di comportamento.

È interessante come dici, stai usando non a caso la parola aggregarsi che nel suo significato etimologico significa «far parte del gregge». Tanto che se vogliamo fare un complimento a qualcuno di cui riconosciamo l’originalità della personalità diciamo egregio signor tal dei tali. Egregio, dal latino ex-gregis ex significa fuori così egregio ci significa al di fuori del gregge. È significativo…

È il discorso che nessuno è nato buono così come nessuno è nato cattivo e man mano che la vita va avanti tu prendi la tua scelta di vita. Nel mio caso io ho preso la scelta sbagliata. Vivendo in quel contesto lì, quella vita ti fa fare errori che magari in quel momento non ti rendi conto però, dopodiché quando torni in questi luoghi e riesci a rispecchiarti, riesci a dare valore alla vita, cosa che io non ho mai dato quando stavo fuori. Io fuori facevo uso di droga e non te ne rendi conto più di tanto. Sai quello che ti stai facendo ma non te ne frega, di nulla!

Intanto accogliamo nel gruppo Filomena e Samuela che riescono a far parte del gruppo solo ora per motivi organizzativi. A loro sintetizziamo quanto emerso finora nel gruppo.

Riprendendo con l’intervento precedente: chiedo: fiducia cieca nella possibilità personale di salvarsi?

È che tu non riesci più a decidere della tua vita, te ne accorgi e però nello stesso momento non ce la fai a ripigliarti. Hai capito come?

Vuoi dire che non sei più padrone di te stesso? Non sai più decidere cosa è bene per te e cosa è male e vieni per così dire «agito» agisci senza pensare alle conseguenze di quello che fai.

Sì, a me non me ne fregava di nulla, andavo avanti così.

Fabio: Anch’io vengo dal mondo, un po’ della droga, direi anch’io le stesse cose sue che è un altro mondo, un altro modo di ragionare. Se un giorno hai dieci, domani vuoi di più, un po’ perché ti ci vogliono, un po’ perché è l’ingordigia, non so.

Sapresti dire quando ti è accaduto per la prima volta che ti sei sentito come stai raccontando. Puoi fare un passo indietro nel tuo passato? Cosa c’è stato prima che ti ha portato in questo mondo oppure ci sei nato dentro? E poi qui c’è una questione che voglio porre. A un certo punto si può, nascendo in un certo ambiente in qualche modo cominciare a vestirlo. Sappiamo anche che alcuni riescono a sottrarsene e non esserne toccati, hanno qualcosa che gli permette di difendersene.

Si viene trascinati. Essendo un carattere non forte e per un ragazzino specialmente è così. Ricordo quando avevo 13 o 14 anni smisi di andare a scuola per potere andare a lavorare perché volevo i soldi per andare a ballare a suonare.

Che ricordi hai della scuola? Come era la scuola per te? Momenti belli, momenti brutti.

Non è che ho fatto tanto, ho fatto la seconda media, la prendevo troppo alla leggera.

Una voce: Un momento bello era la ricreazione…!

Momento bello per me? che facevo sempre lo scemo! Momento brutto? Che mi hanno buttato fuori per due volte, cioè proprio a metà anno mi hanno detto, te non vieni più perché sei un elemento patologico e quando entrava la professoressa mi buttava fuori me, non mi dava nemmeno tempo di aprir bocca perché facevo sempre danno.

Filomena: Secondo me entrare nel mondo dell’inventare, si dice così tra noi, è sia la povertà, la mancanza d’istruzione e la mancanza di sapere. Secondo me questa è la base per cui molti di noi sono entrati in questo mondo al di fuori della legge, per me almeno è stato così.

Tu dici che se uno nasce in una situazione di miseria e tra l’altro non ha la possibilità di studiare, di sapere, è molto più facile sbagliare?

Sì, anche questa possibilità ti viene tolta. Io sono nata in un paese di provincia meridionale. Anche se dovevi andare a scuola, lì praticamente non ti mandavano perché era proibito andare a scuola con i ragazzi. È la mentalità del posto che purtroppo è rimasta ancora così, non è cambiato molto e quindi i genitori non ti mandavano a scuola, ma non perché non ti potevano mandare a scuola ma per evitare che le ragazze potessero essere avvicinate dai ragazzi e siccome questo poteva succedere a scuola allora non mandavano le figlie.

Quel che tu dici in parte è anche nella mia esperienza. Nel ‘66 quando cominciai a frequentare la scuola elementare, in Sicilia, i maschietti erano tenuti separati dalle femminucce. Io sono nato in Australia, i miei erano andati a cercare fortuna, come tanti allora laggiù e a un certo punto hanno deciso di passare qualche mese tra i parenti dopo molti anni di lavoro in quella terra lontana. Ma una volta in Sicilia si convinsero a non far più ritorno in Australia. Conobbi così la scuola di quegli anni che era molto diversa. Tenuti separati dalle «femminucce» il rapporto con loro si caricava di una tensione che aveva spesso del patologico. C’erano ancora le classi differenziali dove mettevano tutti quelli che avevano i problemi più disparati. Tu le ricordi?

Sì, e poi esisteva ancora il fatto che la figlia del contadino veniva messa all’ultimo banco, la figlia del dottore veniva messa al primo banco quindi veniva seguita ecc. ecc. Tutte queste umiliazioni che subisci da piccola che poi comunque te le porti negli anni, secondo me, anche questo fatto ti spinge poi comunque a delinquere perché vuoi diventare come loro, per riuscire ad appartenere al loro ceto sociale. Io ero la figlia del contadino e la figlia del contadino non doveva parlare nè uscire con la figlia del dottore e stare all’ultimo banco quindi già alle elementari venivi isolata, poi venivi isolata alla scuola media e lo stesso alle scuole superiori, allora tutta questa rabbia, da quando sei adolescente te la porti dentro. Non è che stai a vedere quale è il bene e il male. Tutta questa rabbia te la porti dentro fino a che diventi grande e con il lavoro non riesci perché comunque non hai studiato, non ti danno possibilità di lavorare, non c’è lavoro, non c’è niente ecc. ecc. poi quando incominci ad avere la maggiore età incominci a scappare di casa, ad andare via, ad andare in città, incominci a fare la donna di servizio, pure sul lavoro ti calcolano come un poco e niente poi succede che incontri persone che ti offrono di fare qualcosa per guadagnare soldi, per andare più in là. Poi, sempre nel mio caso, io amavo talmente mia madre, che vedevo molto poco perché era malata di cuore, spesso negli ospedali, quindi stavo spesso con mio padre e da piccola pensavo: quando divento grande farò tanti soldi per far operare mia madre di cuore e così me la terrò a casa. Nel momento in cui ho cominciato a fare truffe e ricettazioni mia madre è morta. Poi è subentrata la rabbia di non avere potuto aiutarla e poi sono andata avanti fino a che, arrivato il momento della ragione, ho detto basta. Questo per raccontarle un po’ il mio percorso.

Tu a un certo punto hai detto che si viene isolati mentre si vuole appartenere a un mondo da cui si è esclusi. Hai raccontato come poi tutto questo ha conseguenze negative facendo di te un «cattivo», una «cattiva». Ecco pensavo che coerentemente con quanto ci hai raccontato la parola cattivo, dal latino captivus significa prigioniero, quindi isolato, tenuto lontano, ed eri disposta a tutto per uscire da questa ‘prigione sociale’ in cui in qualche modo sei nata o sei stata tenuta. Ti ringraziamo.

Foudal: È una bella domanda… Per risponderti, devo dirti che quando sei giovane non ti rendi conto, ti rendi conto dopo. Quasi non lo sapevo anch’io perché sono qua e allora come devo dirti? Quando arrivi in un paese dove non sono tutti preti non puoi diventare un prete, capisci? A cominciare dal presidente del consiglio, quando ti ritrovi con tutti questi che magari comandano e capisci che sono più delinquenti di noi non puoi diventare te un prete. Io credo che molti dei vostri preti che sono andati in Africa e in missione non vanno per aiutare ma per profittare di noi.

Filomena: In Italia noi diciamo non fare quello che ti viene detto di fare ma fai quello che tu decidi di fare.

A me pare che Foudal ci volesse dire, come altri oggi qui, che quando era ragazzo gli è mancato un ambiente sano in cui crescere, il buon esempio e il consiglio di qualcuno che lo rendesse avvertito.

Ecco, bravo.

Foudal denuncia un vuoto intorno a sé che lo ha lasciato inconsapevole delle conseguenze delle scelte che faceva quando era ancora, inesperto della vita, come sono tutti i giovanissimi.

Ti posso fare una domanda? Tu per chi sei per Berlusconi o per Prodi?

Sicuramente non per Berlusconi.

Perché molta gente è per Berlusconi, allora se sei per lui sei per un delinquente! Berlusconi anche lui deve fare la galera, no? Nei tribunali ci dicono: La legge è uguale per tutti ma io vedo che la legge, qui in Italia non è uguale per tutti!

Mario: …e la possono anche cambiare, hai visto?

Foudal: La possono girare come la frittata.

Mario: Entri in un modo ed esci in un altro…

Foudal: Questo ti volevo dire, perché tu volevi sapere da me e io ti dico la mia opinione.

Mario: Comunque Francesco, sia Foudal che Filomena mi hanno anticipato tutti i discorsi che volevo fare. Lui ha fatto il discorso dei colletti bianchi e io sono d’accordissimo con lui perché io sono entrato qua in galera no in carcere scusa non mi piace galera, con un pacchetto di leggi. Il 5 dicembre me lo hanno cambiato! Io sono entrato a un quarto della pena per i permessi e il 5 dicembre arriva Cirielli che mi dice: no, bello a metà pena! E poi: semilibertà a metà pena. No, bello a due terzi!

Prima Filomena ha detto la miseria, lo stato sociale, poi volevo dire, l’ambiente in cui nasci in cui vivi, puoi anche avere dei genitori tossicodipendenti, puoi avere alcolizzato il padre, la madre. Una donna, io parlo di una donna poi il caso mio è diverso. Una donna può finire come prostituta o si droga o va a fare la delinquente. Lei ha scelto il danno minore cioè truffe finanziarie tra le varie opzioni. A rubare non era capace, neanche a fare rapine. Stessa cosa io, solo che io ho fatto tredici anni di collegio e quando sono uscito, mio padre da una parte, mia madre da un’altra si erano separati. Tu mi insegni che dal collegio si esce o delinquenti o omosessuali. Omosessuale non se ne parla proprio, quindi delinquente. Ho seguito la teoria che tu conoscerai della anomìa cioè o per la legge o contro la legge, ho scelto contro la legge e ho cercato un reato che si pagava poco: la truffa. Però non ho calcolato che la ricettazione si pagava tanto e quindi sono rimasto fregato.

Ho ripreso a studiare qui in carcere perché quando sono uscito dal liceo, ho fatto 13 anni di collegio, ho trovato mia madre con l’amante e mio padre con l’amante. Andavo da mia madre a rimediare qualche soldo e non ce l’aveva quasi mai. Il perché chi lo sa? Mio padre uguale. Vado all’università con cento lire in tasca. Quindici per il tram, quindici per il caffè, nun si po’ fa perché io voglio stare all’altezza degli altri. Ci somigliamo molto con mia moglie Filomena. Ecco è proprio una questione di ripicca verso la mia famiglia, nemmeno contro la società perché in finale io non ce l’avevo con la società. Ero proprio inasprito verso la mia famiglia, mi sono trovato in mezzo a una strada, ho deciso di stare per i fatti miei, ho messo su un complesso musicale, che erano tutti compagni di liceo. Ho fatto la bella vita, mi è piaciuta, lavorare non mi andava, praticamente l’ho fatto non dico per noia, ma per avere i soldi in tasca, però la spinta è stata la famiglia che mi sono trovato. Se avessi avuto un’altra famiglia, e non è una scusa, forse avrei fatto l’università, avrei fatto tutto regolare: quello che ha fatto mia figlia che ha fatto il liceo artistico. Si è sposata, ha una figlia, come ha fatto l’altro mio figlio.

Quindi questa catena si può interrompere.

L’ho interrotta! L’abbiamo interrotta. Abbiamo una figlia sposata con una figlia, un altro figlio sposato con due figli. Lavorano.

Il carcere come è ora vi ha aiutato?

Il carcere come è ora? Sì. Mi ha aiutato molto a riflettere. A pensare prima di parlare, soprattutto. A essere meno impulsivo, anche a saper perdonare mia madre; mio padre è morto. I genitori sono convinti che è solo colpa nostra, e che loro non si devono far perdonare niente. Loro sono convinti, no? loro non sbagliano mai. Io so che ho sbagliato verso i miei figli in qualche cosa. Per esempio, il non ascoltarli. Gli mettevo in mano centomila lire, va a ballare, non mi rompere le scatole… capisci? non è regolare! Infatti quando telefono a mia figlia io glielo dico: ho sbagliato. Che avrei dovuto ascoltare di più, oggi me ne rendo conto. Questo lo trovo molto importante. Sì, ho corso il rischio di perdere il contatto con loro, invece oggi mi vogliono bene, hanno capito quello che ho fatto, mi hanno perdonato, non mi hanno giudicato e già è tanto. Questo è quanto.

Ora facciamo venire avanti Gueye Kara

Il mio punto di vista è che per portare le persone in galera ci possono essere tante cose. Per esempio ora come ora la legge è cambiata. Se vedono uno senza documenti lo portano in galera come uno che è arrivato ieri. Uno costretto a spacciare, come io che sono costretto a spacciare, diciamo la verità che avevo lavoro regolare e tutto ma siccome mia madre stava male, una malattia di cuore, doveva cambiare il cuore, capito. Io avevo bisogno di soldi subito, subito, subito. Quello che guadagnavo col mio lavoro non mi bastava. Ho visto i miei amici che, capito, fanno tanti soldi subito subito. Ho pensato, ma io sono scemo perché ho bisogno di soldi, mia madre sta per morire, perché sto così a lavorare e guadagno 1000 1200 euro al mese? Allora vado a spacciare e sono entrato nel giro della droga.

Mettendo insieme molte delle cose che avete detto si capisce quanto sia importante che ci sia una scuola pubblica, di qualità, per tutti. Si capisce quanto sia importante che ci sia la sanità pubblica, di qualità e per tutti e si capisce come mai tante persone hanno lottato per questo e si intuisce il rischio che si corre se tutto diventerà privato, ottenibile solo se sei in grado di comprare. Non per niente privato significa anche tolto. Se accettiamo che ci tolgano i servizi pubblici di qualità, se vi rinunciamo, dobbiamo sapere che il rischio di patologie sociali può crescere enormemente. Ci si può chiedere. C’è questa ricchezza per tutti? dal nostro punto di vista, però, potremmo aggiungere, quanto costa tenere in carcere una persona? quanto costa tenere in piedi una struttura carceraria? Sono scelte. I soldi che vanno da una parte non vanno da un’altra parte…

Se prendi una persona e la metti in galera per sei mesi, quanto spendi per quella persona lì? Tanti. Perché non rimandi al suo paese? Capito? E che prendi una persona senza nessun reato, non hai fatto niente e ciao, come stai? e lo porta in galera per sei mesi. Secondo me non è normale. Io sono entrato in galera per la mia situazione, perché la mia madre stava male. Io le volevo troppo bene. Dovevo portarla a Parigi. Io stavo con mia madre. Mia madre e mio padre si sono separati quando ero bambino. Mia madre aveva solo me. Mi ha portato qui, ho cominciato a lavorare, avevo il permesso di soggiorno, avevo tutto. Guadagnavo i soldi e glieli mandavo ma il tempo passava e mia madre stava più male, capito? Io non posso lasciarla morire. Ho sbagliato. Ho commesso un reato. Mia madre alla fine è morta, non ho fatto questi soldi. Sono andato in Senegal, sono tornato, ho smesso di spacciare. Un reato che ho commesso nel 2004. Io spacciavo il fumo, spacciavo hashish. Mi hanno portato in carcere per eroina. Non ho mai spacciato eroina. Non mi hanno mai trovato eroina. Mi hanno trovato del fumo due grammi e 99. Da otto mesi sono qui. Ho arresti domiciliari ma non me li danno. Non posso andare a casa mia perché c’è una persona che è andata al carabiniere e ha detto, per motivi di gelosia, che mi ha visto che nascondevo il fumo a casa mia. Ha portato anche un’altra persona e ha detto che lui gli dava eroina, da 4 anni che gli dà eroina. Prendi questa persona e la porti in galera. Quello è un sequestro di persona perché lei ce l’ha con lui perché stava con lui insieme e poi si è separato da lui e ha informato lui e ha informato anche a me. Per questo motivo non mi danno arresti domiciliari. Io potrei andare dai carabinieri a dire ho visto questo, ho visto questo ma perché mi dovresti credere? Devo portare una prova ma nel mio caso non c’è alcuna prova. Non ho mai telefonato con lei, non ho mai avuto niente con lei. Perché credeva a lei, perché lei è italiana e io straniero? Questo non è normale per me. Ci sono tante persone che sono in galera per niente.

Mario: Questa è la teoria dell’etichettamento… li vedono scuri e stranieri e subito etichettati.

Giorgio: Giusto tre punti. Si dice tanto di aver fiducia nel prossimo. Per la religione, siamo cristiani e via dicendo però credo che oggigiorno non bisogna aver fiducia di tanta gente tra cui i classici, detti, amici. Sono tutti amici, al momento del bisogno, dal momento che ti vogliono fare le scarpe per gelosia o qualsiasi altra cosa sono diventati potenziali nemici al cento per cento. Automaticamente scompare il ragionevole dubbio davanti a qualsiasi tribunale. Cioè, sei colpevole perché c’è tizio e caio che dicono che sei colpevole. Se tu sei uno e loro sono due, sei già colpevole in partenza. Se sei alla pari allora si possono, un po’, discutere le cose. Si parla di legge ma non credo sia uguale per tutti. È fatta a scaglioni, primo, secondo, terzo, fino ad arrivare al piano alto. Noi che oggi siamo qui dentro siamo quelli che non siamo niente. Io il giorno che finisco la mia pena, che mi auguro il più presto possibile, esco fuori con la targhetta dietro, e a me la targhetta non la toglierà più nessuno. Anche se avevi un attività e facevi un’altra cosa, non conta più nulla, scompare e tu ritorni zero. Devi riiniziare da zero. Questo non credo sia giusto in un mondo che tutti definiamo civile.

Gueye Kara: Uno può essere la vittima della sua famiglia. Ti trovi con la madre e con tante sorelle che non possono aiutarti e quindi scendi in strada a fare delle cose che, per forza hai bisogno ancora più soldi, almeno per mantenere la tua famiglia. Se sei il figlio più grande, questo è un grandissimo guaio che puoi avere e vieni trascinato in tante cose. Se ad esempio il governo, se t’hanno dato delle possibilità ad aiutare la tua famiglia o a darti una mano ad andare avanti con la tua famiglia potevi evitare quella strada lì e invece fuori nessuno può pensare a quella famiglia e se stasera hanno cenato o no. Nessuno ci pensa mai. Ogni famiglia ha il suo capofamiglia. Se ti trovi senza padre, con la madre malata, per esempio, come hanno raccontato loro, lui è costretto a spacciare. Anche la signora ci raccontava che, seduta all’ultimo banco, sentiva che i soldi stanno davanti a tutto e senza soldi uno non vale niente.

Dici/dite che ognuno dovrebbe avere le stesse possibilità indipendentemente dallo stato economico della famiglia in cui nasce per spezzare questa catena di ingiustizia che rischia di trasmettersi da una generazione all’altra?

Filomena: Io non ho mai dato alla mia famiglia la colpa di quanto mi è successo perché sono nata in quella famiglia. Io ho amato da morire i miei genitori. Anche se hanno potuto darmi poco. Quando venivo indicata come la figlia del contadino non solo offendevano me ma offendevano mio padre che andava a lavorare per poterci dare da mangiare.

Mostravano anche di non capire e di non essere in grado di valorizzare i grandi valori della civiltà contadina.

Filomena: E da qui che mi è venuta la rabbia che mi portavo dentro perché quando poi ho deciso di mettermi a fare queste truffe io volevo che i miei genitori avessero avuto quello che non avrebbero mai potuto sognare di avere. Una casa decente con una camera da letto, con un bagno ecc.

Francesco II: Ho scarabocchiato tutto il foglio. Sorride.

Partendo dal fatto che io faccio economia, a me sono venuti in mente tanti discorsi economici e poi ho abbracciato le cose che hanno detto loro e più parlavano e più mi venivano in mente motivi economici e secondo me si parte da un circolo vizioso dove il problema principale è ai vertici nel senso che con gli anni ho studiato che una cosa importante per la nostra società è la ricchezza. La ricchezza che convive con tanta povertà.

La ricchezza di pochi costruita sulla miseria di molti?

Ecco, partendo dal presupposto di una cattiva o forse inesistente ridistribuzione della ricchezza questo scatena tante cose. Il fatto di dire che il figlio del contadino sta in fondo e il figlio del farmacista sta davanti ti provoca rabbia, provoca tutto, anche quella voglia di riaffermarti, di riscatto anche a distanza di anni. Sono al mondo anch’io accanto a te che sei ricco anch’io voglio poter godere della sicurezza che ti dà la ricchezza.

Filomena: Scusa ti posso interrompere? Ma io ho detto soprattutto non per il fattore della ricchezza ma per il fattore dell’istruzione perché essendo povera non puoi essere inclusa, non puoi studiare, a scuola non ci puoi andare e quella è una cosa che a me è mancata tantissimo e questa sempre perché ero la figlia del contadino perché lo stato che all’epoca diceva che avrebbe dovuto dare i libri gratis ai figli di chi non poteva, non l’ha mai fatto. A me piaceva andare a scuola, avrei voluto studiare anche per dimostrare a chi mi stava vicino che anche la figlia del contadino valeva, arrivando a un certo livello.

Francesco II: Sotto due punti di vista diversi facciamo lo stesso discorso. Il fatto di dire: io ero povera, accanto a me sta il ricco, io sono povera, dicendo anche che lo stato non mi dà i libri, tu torni al discorso mio quando dico che non c’è una distribuzione della ricchezza. I soldi vanno dove ci sono i soldi e la fame va dove c’è fame. Quindi c’è quella sicurezza-insicurezza che poi diventa io voglio far vedere che sono sicuro come lui e per essere sicuro come lui ho tante tentazioni. Qualsiasi sia la strada, si vuole cercare di arrivare, non si guarda se c’è da fare il patto col diavolo o se quella strada vuol dire: arriverò tra 50 anni ad avere i suoi stessi soldi però con 50 anni di sacrificio o arriverò tra un anno a vederti che te ne hai meno di me perché io quest’anno qui ho commesso l’impossibile; allora è tutto un circolo vizioso. Facciamo conto che questo sia un tavolo da biliardo. Uno deve passare ma a ogni tratto c’è una buca, un inciampo. Sbagli più o meno gravi. Lo sbaglio meno grave è magari, sì, io cerco di fare la truffa, rubo alla banca, non è così grave, la banca i miliardi ce l’ha… Era peggio se rubavo il portafoglio al poveraccio e c’è quell’altro che dice: sai cosa? io strozzo quello che ha i soldi e gli prendo i soldi. Questo circolo vizioso fa sì che pur di arrivare in cima alla piramide ognuno poi si prende una strada. Chi è più razionale – che si può tradurre con onesto – può dire: io studio e cerco comunque di arrivare. Lavo le scale prendo 1000 euro e non ti preoccupare che con 1000 euro, mettendo qualcosa da parte, sarà tra 10 anni ma la macchina me la compro e quindi ci sono tanti modi per arrivare e c’è chi magari non ha né quella forza né quello spirito. Ha più sete di tutti e quindi vuole le cose tutte e subito e magari ti porta a essere un componente di questa tavola qua dove vediamo che c’è chi è più razionale, c’è l’istruzione, ci sono educatori e ci sono persone che magari cercando in qualsiasi modo è caduta. Ci sono persone deboli che magari ancor prima di cercare sono rimaste vittime di loro stesse. Io spaccio, faccio i soldi e poi alla terza bustina che ti passavano l’hai usata e ci sei cascato…

Mario: Ma perché sei debole? Noi siamo un palazzo ma siamo fragili.

Francesco II: Per tre miliardi di motivi.

Francesco I: Da tutto quello che abbiamo detto mi sembra che ancora una volta l’ambiente sia una cosa determinante ma perché uno «ce l’ha fatt» e l’altro no? È importante domandarselo. Io avevo un professore di fisica che ci fece fare una volta la foto della nostra stanza con un cartello enorme, con sopra scritto: perché? Poi vabbè era autoritario e tutto ma questa cosa la ricordo perché è condizionante ora. Ora io credo che la stanza è l’ambiente in cui vivi. Il perché sono tutte le domande che ti fai. Un perché rivolto a ogni situazione che ti permette di volgerti a tentare di capire.

Luigi: Allora. Cosa ci porta in carcere in generale? Secondo me non è sempre perché uno ha bisogno di soldi perché uno può fare anche per l’adrenalina che gli viene dopo aver fatto un reato; per esempio: ci sono tanti che vanno a rapinare banche e hanno tanti soldi. Tanti che vendono chili di cocaina e hanno i soldi. Secondo me anche per l’adrenalina, cioè il piacere che ti porta a guadagnare tanti soldi facilmente.

Una sensazione di potenza?

Sì, come dire mi è andata bene, sono contento. Se mi riesce un colpo io ne godo. Poi può essere anche determinato dall’ambiente, dalle circostanze e cioè dalle cattive compagnie, quello che abbiamo detto e anche per la propria predisposizione. Se sono predisposto a drogarmi perché mi piace mi drogherò oppure come è successo a me: quando uno si trova a ruota per esempio a farsi sa che prima o poi lo prenderanno e ne pagherà le conseguenze, però ci si dice: io vado avanti finché non mi prendono, vado avanti finché non mi arrestano…

Da come dici sembrerebbe che, per tanta gente, funziona come una droga?

C’è gente che per i soldi, sì, è come se fosse una droga. C’è tanta gente che pur avendo il conto in banca va a rapinare banche, non per necessità, ma per l’adrenalina, per il piacere che ne ricava. Poi, a scuola io sono sempre stato negli ultimi banchi perché mi piaceva fumarmi le trombe, basta.

Ricordi altro del tempo della scuola? Per esempio il primo giorno di scuola lo ricordi ancora?

Il primo giorno no. Ricordo che non ero l’unico delinquente in classe, ce n’erano anche peggio di me e io magari ci andavo anche dietro poi sono andato alle superiori e lì mi sono proprio rovinato.

Vito: Senti, io ho buttato giù alcuni punti però non faccio riferimento solo alla mia esperienza. Ho passato degli anni conoscendo moltissime persone che come me hanno affrontato questo calvario. Al primo posto ho messo i soldi perché molti di noi hanno commesso reati per i soldi, chi per portare il pane a casa, chi per levarsi degli sfizi. Poi ci sono gli incidenti. Ci sono molti detenuti che sono dentro per aver commesso un reato incidentalmente senza pensarci. Poi ci sono i contesti familiari dove molti di noi commettono un reato per sfuggire appunto ai contesti familiari sfavorevoli. Quello che tocca a me è l’esperienza della vita. Poi ho messo la mancanza della costanza cioè a vent’anni il volere tutto e subito dalla vita e questo è l’errore più grosso oggigiorno.

Volere tutto e subito ricorre spesso nel vostro parlare: necessità impellenti, soldi tanti e subito, diventare ricchi in poco tempo e con poco sforzo. Vorrei che ci pensaste anche perché è molto simile a quel che spesso si osserva rispetto ai bambini di oggi dei quali si dice che incalzati dalla pubblicità e dalle mille promesse di giochi e giocattoli sembrano malgrado tutto apparire sempre più insoddisfatti. L’unico momento in cui appaiono ”felici” coincide con il momento dell’acquisto di un nuovo giocattolo ma è un momento che dura poco e anche il godimento del gioco in sé non sembra soddisfarli anzi spesso sembrano non saper più giocare. Quasi subito l’ultimo giocattolo viene abbandonato e il desiderio ansiogeno di un nuovo giocattolo prende il sopravvento. Impazienti non sanno aspettare né desiderare ma appunto pretendono subito, a costo di mettere in croce i genitori, che peraltro, per qualche motivo, cedono con facilità alle loro compulsive richieste.

Poi ho messo la sfortuna. C’è gente che si ritrova in galera perché s’è trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Per ultimo, e vale nel mio caso, l’indipendenza. Ecco si parlava di banchi e di scuola, io sono stato fortunato perché ho avuto l’opportunità di frequentare la scuola seduto in prima fila anche se non ero il figlio del dottore. Sono cresciuto in un contesto familiare tranquillo dove bene o male non mi mancava niente però ti accorgi che a vent’anni sei il figlio di…. e questa cosa a me mi ha sempre turbato. Perché io sono Vito, Vito La Rocca, figlio di Pino La Rocca, non sono il figlio di Pino! Questa cosa mi ha sempre dato noia, sicchè ho cercato nella maniera più sbagliata, nella maniera più frettolosa, senza costanza, di raggiungere il mio obiettivo, la mia indipendenza e l’ho fatto nella maniera più sbagliata.

Mi pare che ciò che ci racconti mette in evidenza quanto importante sia per ognuno conquistarsi una identità in cui riconoscersi e essere riconosciuti e per questo avere fin da subito la possibilità di cominciare a chiedersi io chi sono? io chi voglio diventare? Forse a questo punto possiamo anche chiederci: come ci/vi cambia il carcere nel bene e nel male?

Indipendenza per me è essere me stesso. Far vedere a tutti quanti che avevo una mia autonomia a livello mentale, fisico, economico, di pensiero ecc.

Un po’ tutti voi avete detto che è importante il rispetto. In Sicilia si dice rispetta e fatti rispettare. Lo ritenete significativo?

Francesco I: Sul rispetto. Ecco spesso si parla di rispetto ma veramente non si capisce che cos’è. Allora io che ho fatto? Come una macchina sono andato a vedere sul vocabolario. E che dice il vocabolario? Rispetto: sentimento di stima referenza e considerazione verso persone, principi, istituzioni. Allora secondo questa definizione qui quando uno dice io rispetto la tua idea ma non la condivido, è sbagliato! Perché io rispetto la facoltà che ha quella persona di esprimere l’idea. Non l’idea. Altrimenti è una contraddizione. Non posso dire: rispetto la tua idea ma non la condivido. Se la rispetto, l’idea, la condivido anche. Si rispetta la persona, poi l’idea che non si condivide si può non rispettare.

Mario: Se la cosa di stasera riguarda la giustizia in generale io trovo veramente indegno, brutale verso di noi che uno entra con un pacchetto, insisto, e glielo cambiano strada facendo. Questa non la mando giù. Ti costringono a diventare un kamikaze pure a te, a prendere un bazuka, pur non essendo un violento, e quando esci…levatevi di mezzo… Non puoi tu entrare in carcere con delle regole, bada bene, istituzionali! e cambiarle strada facendo. Mai sentita una legge retroattiva! Anche il penalista con cui ho parlato, Dott. Padovani, sostiene che nessuna legge può essere retroattiva. Anche in questo caso il rispetto viene a mancare e in questi casi tu hai detto viene voglia di fare una strage. Ci si può chiedere, e questo che tu dici ci dà una indicazione, perché a volte si reagisce con violenza?

Foudal: Io voglio tornare a quando chiedevi del primo giorno di scuola. Io qualcosa mi ricordo. Ero contento, non sapevo cosa avrei trovato. Ero tutto vestito bene, ero contento, forse, pensavo, si gioca e basta. La sera che sono tornato, la mia scuola era lontana, facevo 7-8 km correndo e arrivavo preciso, bello sudato, per studiare. Insomma la sera che sono tornato il mio cane mi ha morso perché non mi ha riconosciuto e ce l’ho ancora il morso qui. Non mi ha riconosciuto, per lui era come se fossi un altro. Da noi la scuola non è come qui. Le prime settimane mi divertivo dopo se non fai una cosa ti picchiano. Qui da voi no, io vedo che qui da voi andare a scuola è un divertimento. Da noi non si scherza, non si ride, devi studiare e basta e se sbagli riceve mazzate. Quel professore prima di entrare a scuola si fumava una canna lunga così, prima la fuma e poi viene a dare lezione a me! Poi mi dice che ho sbagliato e mi picchia!?

Anche in Italia era così qualche tempo fa. Oggi non più per fortuna. Però è interessante che dal tuo racconto viene una critica alla scuola che da una parte è repressiva fino a essere violenta e dall’altra è diciamo troppo permissiva. Ci si può chiedere che scuola potrebbe esistere tra questi due estremi?

Per ritornare ai contadini vi volevo dire che io ho un nonno che è un grande cacciatore e un grande contadino. Ha ottant’anni ma se corriamo lui arriva sempre primo e non è mai stato in ospedale! Ma questa gente di città che non sa rispettare i contadini se loro non ci sono che mangiano? Mangiano televisori?

Dopo una piccola pausa.

Francesco I: Siccome qui vengono fuori molte domande da tutti e non abbiamo le risposte definitive o solo frazioni di risposte allora la risposta qual è? È la ricerca che viene dalla domanda?

Come sapete i bambini crescendo fanno domande e il farle e la ricerca delle risposte che ne consegue aiuta a crescere. Ho spesso scelto di essere io a porre domande ai miei figli e di rispondere ai loro interrogativi qualche volta non con le risposte che si aspettavano ma con ulteriori domande. Ebbene, spesso mia figlia piccina, sembrava non ascoltarmi affatto eppure è capitato, che anche dopo tre mesi, lei venisse da me, con molta naturalezza e con queste parole: sai papà secondo me la risposta potrebbe essere che… ecc. ecc.

Vito: Prima hai fatto una bella domanda che è un po’ che mi faccio anch’io e cioè come cambia il carcere nel bene e nel male?

Per inciso vi devo dire che questa è una domanda che è venuta dai miei studenti quando raccontando che sarei venuto a incontrarvi ho chiesto loro: che domandereste ai detenuti?

Io sono entrato in carcere per due tipi di reato molto simili. Quello che cambia nel male è che nel contesto carcerario impari una enciclopedia di reati. Entri in galera per un piccolo furto, esci che sei il più grande narcotrafficante, il più grande rapinatore, il più grande assassino che può esistere sulla faccia della terra perché non c’è una via di scampo, o ce la fai con le tue gambe. Invece in bene il carcere mi ha cambiato sul pensiero e sulla ragione. Io ero una persona che non pensavo a molto, non ragionavo, facevo le cose senza pensare. Non ero un tipo coerente. Ero impulsivo, anche molte volte aggressivo sulle cose. Invece mi ha cambiato. Tu prima hai detto le persone cambiano, secondo me le persone non cambiano. Le persone rimangono uguali, le persone maturano. Io sono entrato in galera, avevo 23 anni, tra 10 giorni ne avrò 29. Questa maturazione mi ha fatto iniziare a ragionare a pensare…

Una voce: Sì ma il tempo passa anche fuori

Dentro però è una crescita un po’ forzata. Sono 6 anni…

Filomena: Io sono cambiata in bene. In bene perché ho visto tutta la bruttura intorno a me che fuori non ho mai visto e non è vero che quando esci diventi il peggior delinquente o assassino perché comunque il carcere se dentro tu hai una sensibilità se dentro tu sei una persona cresciuta forte il carcere ti fa cambiare in bene; non può farti cambiare in male perché se tu, quando esci, ripensi a quello che hai potuto soffrire in carcere come pensi di ritornare a fare un altro reato per tornare in quell’inferno di cui ti eri liberato?

Vito: Questo è il rovescio della medaglia. Io ho pensato sia al bene che al male.

Filomena: Oltre al mio di male nel mio reato ho perché attorno a me io ho avuto persone che soffrono e hanno fatto cose peggio di quelle che ho fatto io quindi loro soffrono e io soffro con loro e questa sofferenza a me mi fa stare bene cioè mi dà una forza interiore che mi fa dire che il giorno che io uscirò di qua io non farò più niente per poter tornare in questo inferno. Per me il carcere è stato un bene. Io sono venuta a costituirmi, non sapevo quello a cui andavo incontro. Lo immaginavo. Ho sbagliato nei miei comportamenti a volte perché non riuscivo a capire il carcere come funzionava poi comunque andando avanti ho capito ed è stato più facile ma a me la cosa che mi fa soffrire di più è la sofferenza delle persone che mi stanno accanto e allo stesso tempo mi fa più forte.

C’è Francesco qui che mi dice che gli scappa una cosa…

Francesco I: La risposta se il carcere migliora o peggiora dipende da quello che ti offre. Allora, in questo momento qui sicuramente noi non siamo andati indietro, no? Se anche di poco siamo andati avanti quindi già questa occasione qui è una occasione per migliorarti allora quando esci di qui dopo questa riunione non puoi dire di essere peggiore di prima, caso mai, sarai migliore, allora se noi queste riunioni qui si fanno una volta la settimana qualcosa fa.

Mario: C’è un fatto molto particolare nel carcere. La giustizia, sempre, la legge: io la divido in due parti. Tra un processo e l’altro io mi sono redento da solo perché l’ultimo reato era del ’95 e sono entrato nel 2003 quindi in questi 8 anni che è venuto il primo mandato di cattura. Nel 95 avevo già deciso di smettere e nel 2003 non è che fossi tornato a fare rapine o altre cose, ho vissuto con quello che avevo guadagnato e poi mi ero messo a fare il cameriere quindi ho vissuto onestamente, mi sono redento da solo, a maggior ragione adesso non ho scopo a fare il matto qui dentro. Non vedo invece alcuna rivoluzione in questi giovani, come ero giovane io prima. Arrestato in banca e dopo due giorni a casa! Libertà provvisoria. Arrestato, libertà provvisoria. Arrestato, libertà provvisoria. E io continuo tanto che mi frega…tanto pare un gioco, esco sempre.

Foudal: Credo che i carceri non sono tutti uguali. Qui per esempio il direttore, gli educatori, le educatrici sono sempre disponibili, e poi il genitore che ogni volta si fa vedere e cerca di aiutare tutti noi. Questo non succede in molte altre carceri. Io credo che qui una mano, se possibile, te la danno. In altri posti per esempio il direttore non lo vedi. Qui il direttore si fa vedere, parla con te, se tu chiedi un aiuto lui se possibile te lo dà. Qui puoi avere un’altra possibilità.

Gueye Kara: Questo grazie a tutti gli operatori. Per esempio ora come ora i miei compagni stanno al corso di computer. Stanno imparando a usare il computer. Alle cinque finita questa riunione io salgo su per fare un’altra ora per imparare a usare il computer. Questo grazie a tutti loro. E poi io faccio un altro tipo di scuola per imparare.

In altri carceri non trovi queste cose!

Mario: Io sono fermamente convinto, sulla base della mia esperienza, per quello che ho studiato, per le persone che ho conosciuto, che anche per un omicida quello è stato uno sbaglio momentaneo. Un omicidio si può commettere in un attimo. Ti passa un lampo nero e ammazzi una persona. Sono convinto che quella persona che poi si fa i suoi 15 – 20 anni di carcere è recuperabilissima. Se a me m’avessero fatto fare subito tre anni magari smettevo molto prima di fare le truffe alle banche. È un sistema sbagliato di giustizia. E invece entravo, uscivo, domiciliari sei mesi, io di presofferto ho tre anni in vent’anni. Tu capisci che sono tre anni fatti di un mese due mesi… a casa domiciliari, una passeggiata diciamo. Adesso è arrivato il grosso della pena, però me l’ha mandata il governo nel ’98 quando io avevo già finito per conto mio di fare questo tipo di attività ed erano già tre anni che lavoravo per i fatti miei. Io mi ero costituito anche prima, poi è subentrato che mio suocero aveva un tumore al polmone non aveva nessuno, c’eravamo io e lei. L’abbiamo dovuto accudire fino alla morte nel 2002 dopodiché ci siamo costituiti. Io ero già pronto, l’aspettavo la botta. Sistemati i figli, aspettavo la botta ma avevo deciso io stesso da solo mentre non vedo il reinserimento di alcuni ragazzi che entrano, escono con facilità dal carcere. Se fuori non trovano le strutture adatte per poterli reinserire è inutile.

Ecco la contraddizione che tirate fuori. Può succedere che il carcere quando funziona ti offre molto, posso studiare, frequentare il corso di computer prepararmi a una nuova vita però coerentemente questa offerta, questa possibilità di recupero deve continuare anche fuori dal carcere, in continuità con un percorso di reinserimento. Una ragazzina a scuola, sapendo che sarei venuto qui da voi, ha raccontato: Professore io ho letto un libro in cui la protagonista non voleva lasciare il carcere, mi sembrava molto strano ma via via che avanzavo nella lettura ho capito come fosse possibile. Aveva trascorso talmente tanto tempo in carcere che uscire dal carcere le faceva paura. Il suo mondo era diventato il carcere.

Mario: Se ti aiuto dentro ti devo aiutare anche fuori. Ti garantisco, Francesco, che in Francia lo fanno. Filomena è stata in Francia.

Filomena: In Francia una detenuta con un bambino piccolo, in questo caso una ragazza che ho conosciuto perché io sono stata sei mesi a Parigi, lei aveva fatto una rapina, uscì dopo due anni, quindi non aveva casa e aveva un bambino piccolo. Questo bambino non glielo avevano tolto come succede qui in Italia, l’avevano messo in un istituto dove veniva seguito da educatori. Quando la mamma uscì, lo stato, il governo gli trovò un appartamentino, un lavoro, e uno stipendio fisso per il bambino per andare a scuola. Questo fino alla maggiore età, sempre che la madre non ricade nel reato. In Italia non esiste tutto questo. Invece di altre carceri potrebbero essere costruite strutture dove persone come noi che quando escono, magari chi ha, chi non ha, potrebbero andare in queste strutture dove gli offrono un’assistenza, lo aiutano a trovare un lavoro. Un qualsiasi tipo di lavoro intanto per reinserirsi e aiutarlo a trovare la sua strada se ancora non l’hai trovata nel carcere.

Vito: Il carcere dovrebbe servire a reinserire e a rieducare cosa che non avviene, non avviene. Bisogna guardare in faccia la realtà e io mi reputo fortunato di essere qui, che veramente il Don Bosco mi abbia accettato perché qui c’è anche la possibilità di un supporto fuori, un domani, sempre che uno lo voglia. In altri contesti molto diversi dal Don Bosco il carcere insegna al crimine. Io sono stato in dei carceri chiuso 24 ore su 24 dove l’unica via di uscita erano le quattro ore d’aria. Andavi a passeggiare all’aria e sentivi parlare di rapine, di omicidi, spaccio, io ero entrato per un piccolo furto sono uscito ero un professionista della rapina! Caschi per una bischerata la prima volta, poi mi rimetti in libertà e …

Francesco I: Bisogna ricordarsi però che il carcere dovrebbe avere una funzione rieducativa ma anche una funzione punitiva ora quando guardi alla rieducazione devi farla convivere con la punizione. Sono due cose collegate.

Ascoltando prima Vito ma anche altri, si avvertiva come una funzione del carcere potesse risultare quella di fermarti. Aldilà del concetto di punizione, il carcere obbligandoti a una pausa ti permette di guardarti finalmente e forse finalmente di vederti, andando avanti per inerzia. Non per niente si viene «arrestati». Questa possibilità di fermarsi, far pausa, è importante credo anche nella vita comune, perché ti permette di guardarti, riflettere e vedersi anche con gli occhi degli altri perché, come avete detto, a volte si vive un po’ in caduta libera.

Ora, abbiamo ormai poco tempo, io non vorrei interrompere come saremo costretti tra poco, perché ci sono tanti interrogativi che sono venuti fuori

Mario: Ma tanto tornerai no, Francesco?

Certo. Spero proprio che sia possibile tornare a ricercare su questi e altri argomenti che potremo di volta in volta decidere ma prima di andarmene vorrei fare un rapido giro tra voi chiedendo a chi si sentisse di farlo di dichiarare il proprio sogno o perché no i propri sogni. Pensiamoci un attimo anche perché può darsi che un sogno ce l’avete anche senza esserne coscienti e insomma chi si sente ci racconta e chi non si sente si limita ad ascoltare gli altri. Averci un sogno è importante. Ciascuno sa cosa significa abbandonare i sogni veri e importanti per inseguire altro.

Filomena: Il mio sogno è quello di andare a vivere con mia figlia e aprire con lei un locale sul mare.

A noi già sembra di vedervi nel vostro locale e anzi veniamo tutti a trovarvi e a mangiare da voi.

Mario: E io sto con lei.

E che fai in questo locale?

Mario: Niente, io sto alla cassa! Ho pure settant’anni quando ho finito…

Filomena: E io mi associo.

Giovanni: Il mio sogno è di riuscire a cambiar vita e di non tornare a sbagliare come ho fatto fino a oggi.

Francesco I: In carcere c’è questo mito del crearsi una meta a breve termine poi raggiungerla ed andare avanti. Una meta a breve termine può essere anche la partita a pallone quindi crearsi degli obbiettivi da raggiungere in breve tempo e poi su quell’obbiettivo costruirsi un altro ponte. Il sogno a lungo termine ti fa trovare gli stimoli per andare avanti.

Rafiki: Il mio sogno è che, siccome non ho continuato a studiare nel mio paese, sogno di continuare a studiare e arrivare a fare come ha fatto lei ad avere una famiglia, figli e continuare a vivere la vita, in pace.

Vito: Io confondo il sogno col desiderio. Il mio desidero di adesso sarebbe di essere a Montecatini, in viale Verdi a farmi una passeggiata, e a mangiarmi un gelato sciolto alla nocciola. Il sogno che mi faccio tutti i giorni è di rialzarmi il giorno dopo perché penso che la vita sia veramente la cosa più bella ovunque ti trovi.

Gueye Kara: l mio sogno è di avere un po’ di soldi e aprire una grande discoteca. Io sono un dj . La musica per me è curativa. Io se mi sento male, se ho nostalgia della mia famiglia, se sto pensando alla galera sento la musica e sto bene. Voglio un’altra possibilità, lavoro il giorno, faccio il dj la sera. Io non metto solo pop nella mia discoteca, metto tante musiche diverse così chi vuole latina viene, chi vuole salsa viene, chi vuole reggae viene, chi vuole techno viene.

Giorgio: Il mio sogno. Ce ne sono tanti, ne mettiamo uno. Vivere il resto dei miei giorni con la mia famiglia, recuperare il tempo perduto, correggere un errore commesso e dare ed avere finalmente la serenità che uno cerca tanto.

Francesco II: Un sogno importante sarebbe tornare indietro nel tempo e cambiare storia. Ora questo si può fare e forse non a caso nei film cosiddetti interattivi in cui ti fanno scegliere il finale oppure se a un certo punto della storia si cambia qualche piccolo evento si sta a guardare come tutto il resto della storia può avere una evoluzione completamente diversa.

Fabio: Io voglio farla finita con la droga e veder crescere mio figlio che ha quattro anni ed è stato in comunità con mia moglie, ora mia moglie ha smesso, lavora e mio figlio sta con lei.

Francesco I: Abbiamo visto che va per la maggiore il sogno che fai retromarcia ritorni al bivio dove hai sbagliato strada e prendi la strada giusta io voglio trovandomi ormai su questa strada sterrata vedere se arrivando più avanti io possa ricongiungermi alla strada persa prima. Senza necessità di tornare indietro ma andando avanti…

Luigi: Io sogno di potermene andare a casa con un permesso e poi un domani si vedrà. Per me è inutile guardare troppo avanti. Il permesso si può chiedere ogni 15 giorni e anche questo aiuta. Diventa proprio una strada che ti avvicina e ti fa intravedere la luce in fondo al tunnel. Il primo periodo, la scalata diciamo è ormai finita ora sono a metà pena e comincia la fase in discesa.

Francesco II: Io l’ho sempre vista alla rovescia. Arrivi tocchi il fondo e poi risali. Come dice la canzone: quando toccherai il fondo con due dita a un tratto sentirai la forza della vita che ti trascinerà con sé.

Io spero di tornare qui da voi a ricercare parlare interrogarci come abbiamo fatto oggi perché ci aiuta a sentirci vivi e creativi in qualsiasi posto ci troviamo. Vi devo dire che sono arrivato qui molto emozionato. Mi chiedevo come potesse andare e così via. Ma vi devo dire che da emozionato che sono arrivato me ne vado via commosso. I miei studenti saranno curiosi di sapere come è andata e loro, io ho capito che è come se mi avessero chiesto: vai e raccontaci come sono veramente e questo soprattutto per bocca di quella ragazzina che ha letto il libro biografia di un carcerato. Non sono come ti lasciano immaginare. Io so che aiuta a sapere come è una persona incontrarla e parlarci. La strumento primo che abbiamo per conoscerci è la parola. Se manca la parola rischia di vincere la diffidenza, la paura.

Vi dicevo me ne vado commosso nel senso letterale del termine che significa movimento insieme come indica il prefisso latino cum e lo dico perché sento che questo movimento è reciproco e ci ha avvicinato tutti e io vi abbraccio. Grazie a ciascuno, grazie a tutti.


Una lettera dal carcere


È stata certamente un’esperienza interessante e benefica. Quello che ho sentito di aver ottenuto è stato sicuramente superiore a quello che avevo immaginato. Sinceramente temevo il crearsi di certe condizioni che avrebbero portato a rendere improduttivo, a mio modo di vedere, un dialogo che aveva delle ottime premesse. Secondo il mio punto di vista, il detenuto è una persona che dopo un certo lasso di tempo si abitua, soffrendo, a convivere con l’idea del disprezzo che le persone «normali» del mondo esterno possono provare legittimamente verso di lui, nel migliore dei casi si può parlare di indifferenza ed abbandono. Tuttavia, si incontrano soggetti da questo mondo esterno che scelgono, un po’ controcorrente, di venire in carcere per dare qualcosa di proprio, nel tentativo umile e parallelo di voler imparare qualcosa che fa crescere il proprio essere …. umano: vedere se il diavolo è realmente così brutto come lo si dipinge e se esiste anche per lui una via di salvezza.

Questi individui illuminati esercitano un grande effetto su noi detenuti, un rispetto e una sorta di inclinazione sentimentale, allora diventiamo spontanei nei loro confronti. Sebbene questo tipo di emozione onora l’animo, avevo paura che impedisse la nostra libera espressione, che condizionasse il nostro pensiero inducendo il timore di poter dire qualcosa che avrebbe potuto contraddire, anche se in minima parte, il pensiero del nostro illuminato conduttore. Non è stato così, non solo grazie alla sua sensibilità, ma anche all’esperienza maturata dalla maggior parte dei presenti, da me inizialmente sottovalutata, che mi ha portato a superare questo modo di pensare.

Un’altra condizione che mi sarei proposto di esorcizzare, se si fosse presentata, sarebbe stata l’ossessione di voler apparire a tutti i costi ciò che non si è, di voler far credere che si è come si dice di essere, chiaramente secondo una linea che vorremmo ci fosse attribuita e non come la maggior parte delle persone ci vede e ci considera.

Più volte, durante il dialogo, ho cercato di fare interventi brevi e sintetici per impedire di monopolizzare l’attenzione e cadere sullo strettamente personale. Ho voluto rispettare il livello del dialogo che, a parer mio, consente di ottenere non una risposta tecnica e precisa, ma una più generale e duttile, una risposta che consiste nel porsi domande.

Quando si dice che la verità è un punto di vista, in gran parte è vero. Noi tendiamo a scegliere il tipo di risposta che più somiglierebbe provenire dalla nostra coscienza, ma chi ci dice che ciò che pensiamo è giusto? Confrontarsi con gli altri e rispondersi con delle domande può farci valutare le cose in maniera superiore, così le possibili valutazioni del gruppo sarebbero la somma risultante dall’insieme delle singole parti. Ciò che è entusiasmante è l’insieme sinergico dei pensieri che ne produce uno superiore a tutti e ogni individuo del gruppo è orgoglioso di aver contribuito. Non a caso ci sentiamo sollevati ed attivi alla fine, ognuno ha guadagnato qualcosa grazie a tutti gli altri.

Ringrazio e cordialmente saluto il Prof. Francesco Cappello.

Francesco Coppedè

Ringraziamenti


Si ringraziano il gruppo dei detenuti della Casa Circondariale Don Bosco. Il Direttore della Casa Circondariale Don Bosco Dott. Vittorio Cerri, il Vicedirettore Angelo Botte, il Direttore dell’Area Servizi Pedagogici Dott. Orlando Olmo, la Dott.ssa Alessandra Truscello, tutti gli operatori dell’area servizi pedagogici per l’opportunità di incontro che ci hanno aiutato a realizzare; per la gentilezza, la disponibilità e l’interesse sincero mostrato nei confronti della struttura reciprocamente maieutica di Danilo Dolci.

© EMI, Bologna.

Il presente testo è un’anticipazione del volume di Francesco Cappello Seminare domande, di prossima pubblicazione presso la casa editrice EMI. Si ringrazia la casa editrice per averne consentito la pubblicazione.

Come citare questo testo:

F. Cappello, Cosa porta in carcere le persone? Un’esperienza di maieutica strutturale nella casa circondariale di Pisa, in Educazione Democratica, n. 1/2011, pp. 60-92.

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