In visita alla scuola Kiskanu

di Adolfo Contini ▪  Pdf

 

La Kiskanu è una scuola libertaria che educa i propri allievi incentrando tale processo sul bambino. Questo tipo di educazione nasce dalla semplice constatazione che l’essere umano è spontaneamente curioso verso il mondo esterno. La scuola è nata sette anni fa a Verona dal desiderio di un neo-papà, Giulio Spiazzi. Inviato di guerra come giornalista indipendente, vede il conflitto tra esseri umani in molte nazioni: Afghanistan, Pakistan, Irlanda del Nord, ex-U.R.S.S., Tajikistan, Uzbekistan, Ucraina, Moldova, Sud Africa (il Mandela’s squatter camp), Transnistra, India, Thailandia, Myanmar, Palestina/Israele, Bielorussia, Paraguay, Argentina, Cile, Brasile, i ghetti neri di Overtown – Liberty City – Miami USA, ex Yugoslavia, Slovenia., Croazia, Bosnia Erzegovina, Kenia, Libano (Beirut est e quartieri sud Hezbollah). Interessatosi di problematiche educative, prima decide di formarsi come educatore steineriano, ma successivamente, rendendosi conto che anche nella scuola in cui era insegnante esistevano fondamentalismi che non osservavano più le reali necessità del bambino, decide di fondare una scuola ispirata alla filosofia libertaria. Aiutato da altri tre insegnanti della stessa scuola e da un gruppo di genitori fonda la scuola che prenderà il nome di Albero della Vita (questo il significato della parola Kiskanu).

Ad oggi ci sono sette maestri di classe, due maestri per le diverse abilità, sette maestri di materie (tra le materie d’insegnamento: lingua wolof-senegalese e lingua farsi-persiana), definiti facilitatori allo studio in quanto il loro atteggiamento è non autoritario nei confronti della mente del bambino ma tende solo a eliminare gli ostacoli nel processo spontaneo dell’autoapprendimento, e 35 famiglie che accompagnano i 42 allievi (bambini e ragazzi) della scuola. Il maestro di classe è colui che accompagna tutto il gruppo (la classe) in tutti gli anni, e trascorre tutta la giornata con i ragazzi; invece il maestro di materie si occupa esclusivamente del proprio argomento, quindi si presenta agli alunni solo nell’ora prevista e potrebbe cambiare anche ogni anno.

Il ciclo di studi della scuola Kiskanu copre le scuole elementari e medie; essendo una scuola a regime parentale gli alunni necessariamente devono sostenere l’esame ogni anno in una scuola pubblica.

La gestione è affidata a un assemblea generale dei genitori che sostiene materialmente e idealmente il progetto libertario e al collettivo di studi Kiskanu, formato dagli accompagnatori di percorso, che gestisce direttamente l’area didattica e amministrativa. Lo stretto legame tra genitori e insegnanti permette sinergie che facilitano il processo di scoperta e approfondimento di ogni singolo ragazzo. I gruppi di studio (e non le classi, come di solito vengono definite) vengono portati avanti da un singolo maestro per tutto il ciclo di studi, con l’integrazione di due maestri esterni per la matematica e l’inglese. L’adesione a queste assemblee è libera e tutti i finanziamenti necessari al funzionamento della scuola sono in regime di autogestione in modo da bypassare ogni tentativo di comando da parte di enti o finanziatori privati.

Nel mio percorso di vita, la curiosità che caratterizza il mio carattere mi ha portato a laurearmi in ingegneria da un lato e ad approfondire la filosofia dall’altro. Spesso mi sono imbattuto, sia nelle scienze matematiche che in quelle umanistiche, nel concetto di infinito, un idea che mi affascinava e che mi ha portato ad approfondire varie religioni. Praticando il Buddismo, cambiò la mia percezione del concetto di libertà; ho percepito chiaramente che se la fiducia nella natura prende il posto della sfiducia (che nasce da pensieri, condizionamenti e passato), la vita si manifesta nella sua meraviglia e perfezione. «Casualmente» un amico mi regalò il libro I ragazzi felici di Summerhill di Alexander Neill, in cui le mie intuizioni trovarono riscontro in una vera esperienza libertaria.

È un libro meraviglioso che ribalta il senso comune del concetto di educazione; in ogni pagina si respira la vera libertà: assenza di voti, frequentazione non obbligatoria delle lezioni, poter chiamare gli insegnanti per nome, poter scrivere e disegnare utilizzando i banchi ma anche per terra, assenza di libri di testo… troppo bello per essere vero! Pensai… vorrei tanto vederlo con i miei occhi!. Dopo una veloce ricerca su internet mi imbattei nella Kiskanu: e così decisi di visitarla.

Quando ho telefonato per la prima volta a Giulio, dopo aver spiegato quali erano le mie intenzioni, gli ho chiesto quali erano le qualità delle persone che intendano intraprendere il percorso di facilitatori allo studio e lui in tutta risposta mi disse che voleva guardarmi negli occhi e stringermi la mano per sentire la mia energia prima di ascoltare le mie credenziali (ciò mi sorprese felicemente).

Mi informò anche che avrei potuto visitare la scuola solo se la mia visita fosse stata approvata dall’assemblea di tutti gli studenti della scuola. Anche questo mi fece respirare un aria di libertà.

Appena arrivato nella scuola, anche se erano preparati al mio arrivo, ho sentito una reale accoglienza, come se fossi ritornato in quel luogo. Arrivato al bar della scuola (ovviamente un trionfo di colori, cibi e bevande solamente biologici, pareti ricoperte con foto di una prossima mostra sul Tibet) mi avvicinai al bancone, sorridendo ad un ragazzo che subito riconoscendomi mi chiese: «tu sei Adolfo e oggi trascorrerai una giornata con noi, vero?». Tempestai di domande il maestro che gentilmente mi rispose come un vecchio amico. Mi spiegò che più che un lavoro è una missione, non ci sono programmi ma tutto viene appuntato sui quaderni personali dei singoli ragazzi diventando cosi degli amici di avventura, ogni singolo maestro ha un proprio metodo, non ci sono voti e soprattutto mi spiegò che la capacità più importante per essere un facilitatore allo studio è l’empatia con i singoli ragazzi. Conclusa questa piccola chiacchierata mi fece visitare la scuola, dopo di che mi lascio libero di girovagare.

I maestri e gli allievi mi osservavano con curiosità e mai ho percepito la sensazione di essere un estraneo. Venivo accolto in tutte le classi con sorrisi e volti felici. Avevo la libertà di entrare e uscire da tutte le aule senza che nessuno mi dicesse che stavo distraendo le lezioni. Decisi di entrare in una seconda media. Sullo stipite della porta c’era scritto Napoleone in sostituzione del classico numero così anche il luogo non è asettico ma individuabile.

La classe aveva su una parete una lavagna a muro con sotto degli sgabelli pieni di fogli, in un lato, anche chiamato l’angolo dei sogni, a terra c’era un tappeto orientale, dei mandala incollati alla parete e un acchiappasogni (interamente fatto da loro) appeso al soffitto, da un altro lato c’era l’angolo della posta in cui erano attaccati alla parete delle coloratissime scatoline dove si potevano introdurre delle lettere rivolte all’amico del momento. Entrando nella classe ho provato una sensazione di «caos concentrato», un luogo in cui i ragazzi erano liberi di muoversi ma proprio in virtù di questo  liberi di imparare. Erano tutti seduti a terra, senza scarpe, a cerchio sul  tappeto; una di loro invece mi chiese se volevo stare seduto, perché di solito gli adulti in visita si seggono. Io le risposi che mi piace molto sedermi a terra e in cerchio con tutti, così la ragazza sorpresa mi fece prendere posto a terra accanto alla maestra.

Tutti i ragazzi erano a loro agio anche se c’ero io, erano in sei ben distribuiti fra ragazzi e ragazze. La maestra invitò i ragazzi a leggere i riassunti sul carnevale che qualche giorno prima aveva consigliato.

Cominciò a leggere una ragazza mentre gli altri ascoltavano, giocavano oppure, come faceva uno di loro, correva per tutta l’aula. Il riassunto era pieno di approfondimenti, venne letto con calma; inoltre la ragazza non era infastidita dal comportamento degli altri. Una volta terminata la lettura, la maestra chiese un’opinione agli altri ragazzi e non ebbe né giudizi né commenti, ma solo incoraggiamenti rivolti ad aumentare l’interesse. Chiese un parere anche al ragazzo che girovagava per l’aula ed ottenne un resoconto dettagliato del riassunto con incoraggiamento a rivedere il finale in un altra ottica (in barba alle nostre idee sul mantenere la concentrazione da fermi e seduti). È stato meraviglioso constatare che i voti non vengono utilizzati perché nella spontaneità dei ragazzi la valutazione è sempre una autovalutazione del singolo verso se stesso e anche del gruppo verso ognuno sempre, come ho già detto, sotto forma di incoraggiamento. La maestra chiese ad un’altra ragazza di leggere il riassunto, ma lei rispose che non aveva avuto tempo di farlo perché si era appassionata al libro che sempre la maestra le aveva consigliato e così cominciò a descrivere tutto ciò che aveva provato nel leggerlo.

Non ho mai notato aria di presa in giro (considerando che c’era anche un ragazzo balbuziente). L’aria che si respirava era sempre gioiosa, divertente, ugualitaria e rispettosa sia tra ragazzi che con la maestra. Quest’ultima veniva chiamata per nome. All’unanimità decisero di fare il dettato di scienze e si sedettero sulle sedie, invece la maestra si mise a gambe incrociate su un banco per poter osservare i quaderni dei ragazzi (infatti l’unico libro era quello della maestra, tutti i ragazzi non usano libri, ma il loro quaderno diventa il loro compagno di viaggio). Notai che le discipline studiate sono identiche alle scuole statali e anche se viene rispettato il ritmo di apprendimento del bambino, i programmi ministeriali vengono portati a termine. A quel punto decisi che era giunto il momento di cambiare classe e così in silenzio, nel caos, mi rimisi le scarpe, salutai tutti e in cambio ricevetti un saluto caloroso e un augurio per il mio progetto.

Passeggiando per i corridoi mi affacciai ad una prima media e notai che i ragazzi erano in tre, domandai il perché e l’insegnate mi rispose che gli altri erano fuori a giocare. È dovere del  maestro, mi spiegò, cogliere da questi segnali le attitudini, i disagi e il grado di vivacità delle lezioni, in modo da poter migliorare. Bussai ad un’altra aula e mi accolse Giulio, era in una terza elementare, impegnato in una lezione frontale di inglese (i bambini erano seduti sulle sedie e tutti di fronte alla lavagna dato che erano in sei). In questa fase di età Giulio viene chiamato maestro, cosa che non avviene nelle medie, perché i bambini dapprima sentono di aver bisogno di una guida e poi con tale fiducia costruita se ne staccano naturalmente. I bimbi erano intenti a memorizzare una frase che era scritta sulla lavagna, che in realtà era una battuta di una scena teatrale. Infatti dopo una quindicina di minuti i bambini sotto la visione di Giulio allestirono, spostando banchi e sedie, la scenografia del piccolo teatro: assistetti esterrefatto a questi piccoli attori con gioia, e ciò che mi colpì era la cooperazione sia nell’allestire l’aula sia nell’aiutarsi successivamente nelle battute se durante la scena qualcuno aveva un vuoto di memoria.

Sono stato immensamente felice di assistere a tutto ciò perché da questo non-metodo emergono e si integrano perfettamente in maniera elegante gli aspetti teorici e pratici (come teatro, ceramica, disegno, pittura, falegnameria, ecc) dell’autoapprendimento. I benefici di questo percorso integrato si manifestano come un radicamento dell’autostima e una percezione della vita come felicità e occasione di crescita.

Finita la scena eravamo giunti all’ora di pranzo e tutti insieme bambini e maestro intonavano una litania rivolta all’universo che esprimeva la loro gratitudine… in inglese!

Molto gentilmente Giulio mi invitò a pranzare in mensa con loro, uno stanzone molto rustico con un lungo tavolo in legno nero. Le pietanze venivano distribuite da uno dei maestri e i ragazzi prendevano posto dove volevano intorno al tavolo. Notai che i ragazzi erano molto vivaci, mangiavano poco e si sentivano liberi nel scegliere ciò che preferivano. Al mio fianco si sedette Giulio, così ci mettemmo a parlare.

Mi spiegò che il cibo offerto è di origine biologica e che per scelta personale quasi tutti i ragazzi sono vegetariani/vegani e così lui; quando gli accennai che lo ero anch’io ne fu estremamente felice, dicendomi: «infliggere sofferenza agli animali senza un reale scopo è follia». Al termine del pranzo tutti i ragazzi in maniera spontanea riordinarono tutta la sala e le stoviglie, come in una grande famiglia (il gioco, il movimento ed il caos anche durante il pranzo non si erano mai fermati!).

Giulio mi trasmise un forte spirito di missione in questa attività, mi raccontò che le sue esperienze come inviato di guerra lo hanno reso cosciente che dai piccoli gruppi in cui vige la socialità, il rispetto e la libertà dell’individuo nascono movimenti che liberano tutta la popolazione. Mi parlò del suo approccio all’esercizio, infatti i ragazzi prima di entrare nelle aule la mattina (se lo vogliono) fanno aschesi che dal greco significa disciplina ma che è meglio tradotta come «l’applicazione pratica per la conoscenza che produce la saggezza», ovvero un insieme di esercizi fisici  ma anche di visualizzazione che permettono ai ragazzi di entrare in empatia con gli animali e gli alberi e riconoscere se stessi come parte dell’ambiente, immersi nel boschetto che circonda la villa. Vari studi hanno attestato l’importanza del movimento fisico come veicolo per ossigenare in maniera profonda la respirazione e quindi di conseguenza l’attività cerebrale. Giulio mi raccontò che durante queste passeggiate i bambini sono liberi di parlare con la natura, di cantare lodi rivolte a ciò che vedono e di creare con l’immaginazione una sfera all’interno della quale si sentano protetti. Nella psicanalisi del profondo Jung mostra come le danze i canti e le lodi rivolte alla natura siano parte integrante della natura umana e che molte nevrosi moderne nascano dall’allontanamento dell’uomo da queste pratiche considerate tribali. Tutti gli esercizi e le passeggiate nel boschetto terminano con una danza fatta a cerchio in cui tutti sono mano nella mano in modo che ogni bambino possa percepire profondamente e inconsciamente la reale sensazione che tutti gli esseri umani sono parte di una grande famiglia.

Giulio dal un lato mi incoraggiò molto a portare avanti il mio progetto di aprire una scuola simile ma dall’altro mi avvertì che la differenza la fa l’approccio degli insegnanti, aggiungendo che se il mio percorso è il risveglio (inteso come riappropriarsi della propria autonomia interiore) la missione del facilitatore agli studi sarebbe stata uno sbocciare naturale dentro me.

Nel pomeriggio seguii una lezione di inglese sempre impartita da Giulio ma ad una terza media. In questo frangente ed in questa età notai che l’atteggiamento di Giulio nei confronti dei ragazzi era diretto. Mentre spiegava un concetto ad una ragazza un altro ragazzo la stava disturbando. Giulio è stato fermo nel ricordare al ragazzo in questione che se lui non voleva ascoltare non poteva togliere la libertà ad un altra persona di imparare. Questo principio l’ho incontrato per la prima volta nel libro di Neill con le parole «libertà non licenza». Essere liberi significa, per quanto riguarda i ragazzi, scegliere senza imposizione alcuna, cosa studiare, con chi studiare e quando studiare, come si evince dalla citazione del convegno internazionale delle scuole libertarie (IDEC), tenutosi a Berlino nel 2005: «In qualsiasi contesto educativo, i bambini e le bambine, i ragazzi e le ragazze abbiano il diritto di decidere individualmente, come, quando, che cosa, dove e con chi imparare e abbiano il diritto di condividere, in modo paritario, le scelte che riguardano i loro ambiti organizzati, in modo particolare le loro scuole, stabilendo, se ritenuto necessario, regole e sanzioni». I ragazzi sono educati ad essere liberi e di conseguenza ad assumersi la responsabilità delle proprie azioni ma non hanno il permesso di ostacolare un compagno durante la lezione, così come non hanno il permesso di deturpare gli oggetti e gli spazi di pubblica condivisione. Prima di vederlo con i miei occhi credevo che ciò non fosse possibile; in realtà quando si rispetta realmente il bambino accettando le sue scelte egli non si vendica danneggiando e ostacolando gli altri. Un gruppo di scienziati italiani negli anni Ottanta ha scoperto che il cervello è fornito di neuroni specchio, cioè speciali neuroni che si attivano non soltanto quando la persona si muove ma anche quando l’individuo osserva l’azione di un’altra persona. Lasciando vera libertà al ragazzo, egli rifletterà (come in uno specchio) questo comportamento (che gli altri hanno avuto con lui) con gli altri. In un altro episodio Giulio, invitò più ragazzi a rispondere ad un quesito senza aver paura di sbagliare, spiegando loro che l’importante era l’impegno profuso.

Purtroppo arrivate le 16 dovevo andare via, così dovetti interrompere mio malgrado la lezione per salutare i ragazzi e Giulio. Ci salutammo con un forte abbraccio e lui mi incoraggiò nuovamente a portare avanti le mie idee.

Nel treno, sulla strada del ritorno, ripensando a tutti gli incontri e alla loro atmosfera, divenni certo che imparare nella libertà con libertà alla libertà non è utopia ma quando diventa una concreta realtà crea la vera libertà dell’individuo, quella interiore.

 

Torna all’indice del numero

 


4 thoughts

  1. ciao Adolfo ho letto con interesse il tuo articolo.Non so se mi sto sbagliando ma penso tu sia lo stesso Adolfo di cui mi ha parlato Thea di Urupia la quale mi disse che gli avevi contattati per il tuo progetto,e lei dovrebbe averti passato il mio numero. Per farla breve ,se sei tu Adolfo di Bari volevo contattarti e invitarti a partecipare al nostro gruppo di lavoro che è nato a novembre con l'obbiettivo di creare una scuola libertaria. Se ti interessa ,scrivimi su lasister@libero.it. Ciao!!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *