Amarli senza se e senza ma

A. Kohn, Amarli senza se e senza ma, tr. it., Il leone verde, Torino 2010. Recensione di Antonio Vigilante.

 

Quello dei manuali con consigli ai genitori sembra essere un genere che non conosce crisi. Cambia però il tono dei consigli: se in passato manuali come quelli di Benjamin Spock o del nostro Marcello Bernardi, pieni di molto buon senso ma anche di qualche audacia nel suggerire una relazione educativa aperta ed antiautoritaria (permissiva per i critici), incontravano l’approvazione di non pochi lettori, oggi sembrano andare per la maggiore testi che al contrario sottolineano l’importanza dell’autorità, delle regole, del dire di no ai figli. Basta dare uno sguardo ai titoli: I no che aiutano a crescere di Asha Phillips, I bambini hanno bisogno di regole di Helga Gürtler, Come dire no al tuo bambino di Will Wilkoff, Come farne un vero gentiluomo. Per trasformare un figlio un po’ discolo in un ragazzo a modo di Kay West, eccetera. Va in controtendenza Il leone verde, una piccola casa editrice di Torino che nella collana «Il bambino naturale» pubblica titoli come Genitori con il cuore di Jan Hunt (il cui titolo originale è The natural child), Libertà e amore di Elena Balsamo o questo Amarli senza se e senza ma di Alfie Kohn. La tesi del libro di Kohn, noto negli Stati Uniti come teorico e divulgatore della pedagogia progressista, è ben racchiusa nel titolo originale: Unconditional parenting: moving from rewards and punishments to love and reason. I bambini hanno un bisogno fondamentale, che è quello di sentirsi accettati ed amati dai genitori. Di questo bisogno i genitori sono ben consapevoli: ma il più delle volte, invece di preoccuparsi di soddisfarlo, lo strumentalizzano per ottenere dai figli quello che desiderano. È così che l’amore dei genitori, che dovrebbe essere incondizionato ed essere vissuto come tale dai figli, diventa amore condizionato. I genitori concedono l’amore quando i figli sono docili ed ubbidienti, lo negano quando fanno qualcosa che non piace. La logica che guida questo stile educativo, rozza ed istintiva, trova una conferma nella psicologia comportamentista, nella concezione dei rinforzi positivi e negativi come strumenti per confermare e rafforzare i comportamenti graditi ed ostacolare ed estinguere quelli sgradevoli. Il limite del comportamentismo e della pedagogia che ad esso di ispira è per Kohn quello di considerare solo il comportamento, e non quello che c’è dietro di esso. Se un bambino ha fatto qualcosa di sgarbato, i genitori lo puniscono, costringendolo a scusarsi. Con una serie di punizioni forse il bambino eviterà quel comportamento sgarbato, ma a quale prezzo? Quale strascico si lascia dietro un comportamento che si estingue in seguito ai rinforzi positivi? È un intervento educativo costringere un bambino a scusarsi? Lo è, evidentemente, solo per chi considera l’educazione come rispetto esteriore delle norme sociali – ed in questo senso, purtroppo, si dice comunemente che qualcuno è educato. La vera educazione è la crescita personale, la realizzazione delle potenzialità, la conquista di una vita buona e felice. Da questo punto di vista, l’estinzione di un comportamento non ha alcun valore, se non nasce da una convinzione reale, da una maturazione interiore. Di più: Kohn ricorda con Rogers che i bambini educati con questo stile evidentemente ricattatorio tendono a negare quelle parti di sé che i genitori considerano indesiderabili, avviandosi verso un futuro di malessere psicologico. Sono note, e studiate da tempo, le conseguenze sullo sviluppo di uno stile educativo che ricorra alla violenza fisica, molto meno si studia e si condanna la violenza psicologica, che ha effetti sullo sviluppo personale che non sono affatto meno gravi di quelli della violenza fisica. Un bambino che venga costantemente sottoposto ad un ricatto emotivo – o fai così, o mamma e papà non ti vogliono più bene (rifiuto che si esprime nella forma del castigo, dell’allontanamento, della freddezza) – subisce un vero e proprio abuso, che se protratto nel tempo farà di lui un adulto insicuro, incapace di relazioni affettive stabili, psicologicamente sofferente. Non sono solo i rinforzi negativi, le punizioni e la negazione dell’amore, a far danni. I rinforzi positivi, le approvazioni ed i premi, sembrano andare nella direzione di sostenere il bambino e gratificarlo, ma in realtà rappresentano l’altro lato della medaglia: il bambino viene premiato se fa quello che gli adulti desiderano da lui; è anche questa una forma di manipolazione, a quanto pare, si apprende dal libro di Kohn, particolarmente diffusa negli Stati Uniti, dove può succedere di imbattersi in automobili con l’adesivo «Sono fiero di mio figlio perché è stato eletto studente del mese», consegnato dalla scuola per pubblicizzare l’evento.
L’aspetto forse più interessante del discorso di Kohn è la più ampia critica alla ideologia del successo e della competizione che caratterizza le società capitalistiche, con ovvie ricadute sull’educazione. Tutta la formazione è finalizzata alla preparazione per essere ammessi in una università prestigiosa (come Harvard; di qui l’espressione preparazione H, che nella traduzione italiana risulta involontariamente comica), gli studenti non si chiedono se ciò che stanno studiando è importante o utile per la loro formazione umana ed intellettuale, ma se può servire, se occorre studiarlo per raggiungere la meta. In Italia non c’è (ancora) questa corsa sfrenata all’ateneo d’eccellenza, ma la competizione caratterizza nondimeno il sistema educativo, con le stesse conseguenze negative segnalate da Kohn: gli studenti perdono interesse per le cose imparate, tendono a scegliere solo ciò che serve per il voto, diventando perciò superficiali; insomma, contrariamente a ciò che appare apprendono meno, e meno profondamente.
Questo modello competitivo, diventando talmente pervasivo da apparire come una vera e propria «religione si stato» (p.116), rende difficile la proposta e la sperimentazione di modelli educativi alternativi. Contano anche altri fattori, dalle convinzioni religiose (il Dio Biblico, nota Kohn, è «un esempio perfetto di amore condizionato», p. 119) alla paura di essere giudicati cattivi educatori o di diventare troppo permissivi, danneggiando i propri figli. Per superare queste paure Kohn non offre ricette pronte, quali non mancano in non pochi manuali per genitori; indica piuttosto alcuni passi necessari per giungere ad uno stile educativo non manipolatorio: limitare le critiche, superare le minacce ed i ricatti, ma anche le lodi, dare ai bambini, sia a casa che a scuola, una maggiore possibilità di scelta e di iniziativa autonoma, decidere insieme a loro. Un problema delicato si pone quando sembra impossibile evitare l’imposizione. Ci sono casi in cui un figlio deve fare per forza qualcosa, anche se non vuole. Kohn indica una serie di modalità per fare in modo che questa imposizione sia il più possibile soft, come adottare un atteggiamento non conflittuale, spiegare i motivi dell’imposizione, dare l’esempio o offrire più possibilità di scelta. Come è evidente, si tratta di una eccezione che grazie alla quale la manipolazione, che è uscita dalla porta, può rientrare dalla finestra. Se esistono dei casi in cui si può ricorrere all’imposizione, anche se in forme soft (che non cambiano la sostanza delle cose; anzi: costringere apertamente può essere meno manipolatorio che ricorrere a tecniche più sottili), e se manca un criterio per individuare questi casi-limite, un genitore o un insegnante possono ritenersi in diritto di ricorrere all’imposizione tutte le volte che a loro giudizio ciò sia necessario, considerandosi magari democratici ed aperti perché ricorrono a metodi meno invasivi. Per individuare questo criterio, mi pare indispensabile distinguere l’allevamento dall’educazione vera e propria. Allevamento è la cura della crescita fisica dei figli, dall’alimentazione alla salute; possiamo considerarlo in un certo senso l’ombra dell’educazione. Quando è necessaria, la coercizione serve alla cura della salute. Si può e si deve costringere un bambino piccolo ad assumere i farmaci che sono necessari per la propria salute, anche se il genitore ha naturalmente il dovere di ascoltare le reazioni del bambino e di tenerne conto (può essere che un farmaco, per quanto prescritto da medico, sia più pericoloso che realmente utile). Questa coercizione non ha a che fare con l’educazione più dell’acquisto di abiti o di alimenti. Sono atti con i quali il genitore si occupa dell’allevamento dei figli, non della loro educazione. Ad essere realistici, non mancano altre situazioni in cui i genitori, anche quelli più aperti, si vedranno costretti a ricorrere alla coercizione. Una donna che dopo una giornata di intenso lavoro si ritrovi la sera ad essere tormentata dai capricci del figlio si riterrà in diritto di imporgli un po’ di silenzio, ed è difficile darle torto – a meno che non si ritenga che i genitori abbiano l’obbligo della santità (o del martirio). Quello che è importante, tuttavia, è non solo limitare quanto più possibile queste imposizioni, ma soprattutto non considerarle come parte dell’educazione, bensì come la sua ombra. Educazione è portare quanta più luce possibile – rispetto, amore, ricerca comune dei valori – nei rapporti tra due persone; la coercizione non ha nulla a che fare con essa, non è nemmeno un mezzo provvisorio per raggiungerla (quella negazione della libertà che alcuni, inconsapevoli del rapporto necessario tra mezzi e fine, considerano indispensabile per la conquista della libertà stessa), ma è piuttosto l’opacità, la pesantezza (per dirla con Simone Weil) che ci impaccia ovunque, e di cui non possiamo non tener conto.

 

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